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L’indulgenza del latte – Un progetto Carolina Reaper

L’indulgenza del latte è un progetto della compagnia teatrale Carolina Reaper. Essa nacque con altro nome a Milano, nel 2009, con lo spettacolo Abbandonare Didone. Dopo numerose repliche tra Lombardia e Veneto, questo vinse il primo premio della sezione “Under 35” al Next Generation Festival di Padova (2013). Nel 2015, la compagnia inscenò Madame Cyclette, storia di una corsa contro il tempo. Il nome “Carolina Reaper” è giunto dopo sette anni di attività.

Il primo studio de L’indulgenza del latte è stato rappresentato al Teatro Elfo Puccini di Milano, inaugurando la Milano Pride Week. Lo spettacolo compiuto debutterà nella stagione 2016/2017 di Campo Teatrale, sempre a Milano. L’indulgenza del latte è composto da “quadri” ambientati nel futuro prossimo e aventi per filo conduttore il tema dell’omofobia. Il regista di Carolina Reaper, Patrizio Luigi Belloli, è anche drammaturgo e direttore artistico. Ed ha accettato di rilasciare un’intervista per il nostro Progetto Blog.

 

 

  1. “Carolina Reaper”: come mai un nome così… piccante, per una compagnia teatrale?

Abbiamo pensato: sarebbe bello che l’anima della compagnia avesse un nome e un cognome, proprio come ciascuno dei suoi membri. E che quest’anima restituisse l’idea di una forza che si scatena, di un incendio. Potente, come il sapore del peperoncino più piccante al mondo: il “Carolina reaper”.

 2. L’indulgenza del latte: il titolo allude al cognome dell’attivista Harvey Milk (“Milk” = “latte”, appunto)?

Una vecchia canzone diceva “Bevete più latte”. Il latte è proteico. Se lo bevo divento grande, combatto e vinco. Ma quasi tutti siamo passati dal seno di una madre che ci ha nutriti. Quindi il latte è anche trasversale e ci ricorda che l’uomo non si sostiene da solo. Ecco che allora il latte instilla sì vigore, ma induce anche ad essere indulgenti.

Il titolo dello spettacolo si ricollega non casualmente al cognome e allo spirito di Harvey Milk: un inarrestabile attivismo politico, volto alla conquista dei diritti civili, e uno sguardo umanissimo al bisogno delle persone di essere felici.

 3. “Uno spettacolo intero. Materno. Cagliato. Parzialmente scremato. A lunga conservazione”. Così l’avete definito. Ciò spiega, in parte, il motivo di quel “latte” nel titolo. Avete scelto diverse epoche e diverse storie, da condensare nello stesso spettacolo. Esse sono però unite dal filo conduttore dell’omofobia. Quali diversi aspetti dell’omofobia avete colto, durante questo lavoro? E come si ricollegano alle caratteristiche del latte che avete citato?

Il nostro è uno spettacolo caleidoscopico e ha lo scopo di misurare i livelli di omofobia degli spettatori come si fa coi bambini quando hanno la febbre. Noi non ricorriamo ai gradi centigradi, ma a una pluralità di episodi, ambiti e sguardi dove l’omofobia come polvere si può annidare.

Anzitutto nel tentativo di limitare i diritti civili, di cui invece vogliamo mostrare la piena acquisizione. Nello spettacolo per esempio le unioni civili sono considerate qualcosa di sorpassato e le due ragazze lesbiche protagoniste del primo episodio si sposano in chiesa. Gli spettatori in questo caso sono chiamati a essere gli invitati alla cerimonia, durante la quale si rifletterà in maniera tragicomica sul significato dell’essere madre (latte materno).

Ma il latte ha una data di scadenza e arriva per molti, anche per gli estremisti anacronistici, il tempo di rendersene conto e smettere di condurre le famiglie ai raduni Family Day o alle silenti manifestazioni delle Sentinelle in Piedi. Forse trascorrere la domenica a fare hockey, all’Aprica, a teatro o semplicemente a casa sarebbe più costruttivo dell’armarsi di un’ostilità tanto gratuita quanto venefica (latte cagliato).

La banda di finti neonazisti vuole instaurare un nuovo regime (a lunga conservazione), ma sa che per ottenere la longevità di un progetto occorre un lavoro di controllo continuo, non abbassare mai la guardia, per schiacciare sul nascere i tentativi di insurrezione da parte dei neonazisti veri.

Va detto infine che lo spettacolo conosce due versioni: una parzialmente scremata, che prevede tre episodi recitati, e una intera, cui si aggiungono diversi cortometraggi.

 4. Nella presentazione in PDF del vostro spettacolo, parlate della voglia di tirare un pugno, per scardinare i pregiudizi sull’omosessualità. L’indulgenza del latte sostituisce questo pugno, scardina la realtà non con la forza bruta, ma col pensiero. Vuole indagare quali siano i margini di rivalsa contro l’omofobia, ma scartando vittimismo e sensazionalismo. L’arte al posto della violenza, fisica o pubblicitaria che sia… Qual è il rapporto tra creatività e brutalità? Sono antitetiche? O vengono dalla stessa radice? O entrambe le cose?

Il desiderio di “tirare un pugno” è nato nella nostra mente come intenzione naïve, ma spontanea. Ci siamo detti che non era il caso di negare tale spinta, che negarla ci avrebbe tolto potere e reso disonesti. Ma anche che la fantasia di sgominare a suon di cazzotti l’omofobia e i suoi tanti adepti, più che realizzata andava portata a un altro livello. E il teatro ci ha permesso addirittura di sublimarla, renderla costruttiva e fruibile da una collettività, individuare un messaggio contrario al dilagante vittimismo in cui si incappa quando si affrontano temi di questo tipo. L’intento è stato quello di evitare il facile quanto pericoloso effetto “siamo vittime” perché altro non fa che alimentare il numero dei carnefici. Secondo noi, ai colori dell’arcobaleno, la comunità LGBT dovrebbe aggiungere anche il bianco e il nero sulla propria bandiera. A chiudere un cerchio, a completare uno spettro. Forse è vero che una certa creatività è brutalità, ma dopotutto lo è anche il parto. Si tratta di due mondi che si incontrano e scontrano quando deve nascere qualcosa di importante.

5. L’ambientazione delle vostre storie è il futuro, quindi un ambito ipotetico e immaginario. Quanto del presente (e del passato) c’è nel vostro “futuro”?

Se penso al tempo che mi è stato sottratto quando mi facevano sentire inadeguato, nasce in me la voglia di recuperarlo immediatamente, di non perdere altro tempo.

Per questo nello spettacolo, anziché indugiare su ciò che è stato (certamente utile ma paralizzante se diventa l’oggetto prediletto dal nostro sguardo), mostriamo quello che per forza di cose accadrà in futuro. Perché nell’oggi in nuce già esiste già quello che ci spetta domani. E’ un vento che già ci accarezza.

Nell’ “Indulgenza del latte”, lo spettatore può così assistere al primo matrimonio lesbico religioso in Italia, che abbiamo collocato (ottimisticamente o meno è spunto di riflessione) nel 2022. Ma anche alla resa e all’esilio dal nostro Paese di chi ha combattuto strenuamente quanto invano contro le unioni civili e le adozioni omogenitoriali (2025). Attraverso la rappresentazione teatrale costruiamo e palesiamo un mondo privato di quelle istituzioni che tentano di conservare le discriminazioni facendone baluardo, terrorizzate dall’idea probabilmente inaccettabile (!) della libertà che avanza. Istituzioni destinate a crollare. E allora perché non assistere in prima fila a tale fragorosa caduta?

6. Nello spettacolo, “L’Indulgenza del Latte” è una finta banda di neonazisti, che vuole infiltrarsi in questo ambiente per scardinarlo dall’interno. Che significato ha questo nome? Quale programma sottende?

È una piccola banda di eroi non convenzionali, disposti a sacrificare tutto, la loro vita privata e, in maniera surreale, la loro stessa omosessualità pur di portare a termine un piano ai limiti della follia: spacciarsi per veri neonazisti, entrare nel loro sistema e distruggerlo dall’interno. Come fossero attori, dovranno recitare una parte e dovranno recitarla bene. Ne va della loro incolumità e della buona riuscita del progetto. Per tale ragione sceglieranno di abbandonare il loro passato e seguire un duro addestramento, che li priverà della loro identità, esteriore e interiore, e consentirà loro una mimesi pressoché totale “con il nemico”. Non vogliamo spoilerare l’esito del piano di questa atipica banda: possiamo dire che il loro percorso è anche quello dello spettatore, chiamato a guardare dentro lo stereotipo e ricavarne ciò che ritiene utile e ciò che reputa effimero.  

7. Il terzo episodio è “Last Family Day”: storia di una famiglia infelice che attribuisce la propria infelicità al contesto esterno, al fatto che vengano legalmente riconosciute anche famiglie diverse dalla loro. Secondo voi, dunque, il risentimento contro l’avanzata dei diritti civili e la paura del “gender” viene dal desiderio di trovare capri espiatori? E per cosa?

Secondo noi nasce da una doppia attitudine: l’invasione di campo e il vittimismo come conseguenza dell’invasione di campo.

Chi ha preso alla lettera il messaggio “fatti a immagine e somiglianza di Dio” forse si è accaparrato, oltre allo specchio, pure la toga che il giudice indossa quando condanna e ha pensato di avere tutto il diritto/dovere di creare un mondo dalla cifra conservatorista pigramente ma ferocemente tramandata nel corso delle generazioni. Come quei giuramenti fatti al capezzale che uno non si sente di tradire. Questa tendenza “legittimerebbe” un’invasione di campo, induce a entrare in ambiti che dovrebbero rimanere privati e liberissimi ancorché innocui, e a ravvisarne presunte minacce e i semi di chissà quale temibile caos. Quando poi viene a galla che non si può esportare e imporre un modus vivendi come si farebbe come un conio, ecco che l’invasione di campo si trasforma in una sorta di regressione, di chiusura e scatta la fase due: il vittimismo. Non a caso, ne “L’indulgenza del latte”, la famiglia che vuole lasciare l’Italia alla ricerca di un paese dove gli omosessuali non solo non possano sposarsi o essere genitori ma neppure esistere, sente esplodere le bombe sulla propria testa come fosse la Roma del ’43. Chi crede all’inferno e lo crede un possibile aldilà, è perché non lo vuole vedere nell’al di qua, più precisamente non è in grado di vederlo già dentro di sé.

Di questa famiglia noi vogliamo palesare il dramma senza facili ironie. Perché, oltre che ridicolo, è certamente drammatico non saper uscire da certe gabbie quando la porta non è nemmeno stata chiusa a chiave.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

In principio

Ormai, siamo abituati a vederli così: i circoli di attivisti pro-minoranze sessuali, più o meno separatisti, più o meno recenti, più o meno conosciuti. Il Gay Pride è – possiamo dirlo con un poco di ironia – una tradizione. Ma, in principio, fu Stonewall: giorni di guerriglia urbana in un gay bar a New York (lo Stonewall Inn, appunto), innescati dall’ennesima “spedizione punitiva” della polizia (28 giugno 1969). “I froci [sic] hanno perduto quel loro sguardo ferito” disse il poeta Allen Ginsberg, che portò la propria solidarietà alla rivolta. Non occorrono altre parole per commentare il significato dell’orgoglio gay. La militanza LGBT – abitualmente accusata, oggi, di “vittimismo” ed “egoismo” – ha origine in un atto muscolare, collettivo e tenace. 

            Da quel primo rifiuto del ruolo di vittime, nacque tutto il resto: il Gay liberation front negli Stati Uniti e in Inghilterra, il Front homosexuel d’action révolutionnaire in Francia, il Mouvement homosexuel d’action révolutionnaire in Belgio e il Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano, dal significativo acronimo “Fuori”. E nacque, naturalmente, la vicenda di Harvey Milk (1930 – 1978). Gianni Rossi Barilli racconta tutto questo in  Sogno americano, il libro che accompagna il DVD del film Milk (regia di Gus Van Sant; Oscar 2009 per il Miglior Attore Protagonista e la Migliore Sceneggiatura Originale), nell’edizione Feltrinelli per la collana “Le Nuvole”.

            Harvey Milk è noto per essere stato il primo omosessuale dichiarato ad accedere a un’importante carica pubblica negli Stati Uniti. Lo divenne nel 1977, quando fu eletto supervisor (consigliere comunale) a San Francisco. Durante la sua carriera politica, smentì sempre quello che sarebbe diventato un ritornello degli “anti-omosessualisti” nostrani: “La militanza LGBT svia l’attenzione da altri problemi!” Milk cominciò innamorandosi del proprio quartiere, Castro, a San Francisco. Si alleò col sindacato dei camionisti, che volevano migliori condizioni di lavoro, boicottando una marca di birra (1973). Mentre era in carica come supervisor, promosse programmi sociali a favore degli anziani, norme sull’obbligo di raccogliere gli escrementi dei propri cani per strada e l’introduzione di meccanismi di voto maggiormente comprensibili e accessibili ai cittadini (1978). Naturalmente, non scordò i diritti civili delle minoranze sessuali. All’epoca, non si parlava ancora di matrimonio e omogenitorialità. La questione era ancor più scottante: il diritto a un posto di lavoro. Gli omosessuali non velati rischiavano il licenziamento, specialmente se docenti in scuole pubbliche. Milk, insieme all’insegnante Tom Ammiano, promosse e fece approvare un’ordinanza che vietava questo tipo di sopruso. A darsi da fare in senso contrario sarà Anita Bryant, attivista ultraconservatrice e popolare come cantante. Insieme a lei, il senatore della California John Briggs sponsorizzò la “Proposition 6” (o “Briggs Initiative”), che voleva bandire dall’insegnamento delle scuole pubbliche non solo gli omosessuali, ma anche i loro sostenitori (1978). Fu in quel clima che sventolò la prima bandiera arcobaleno (25 giugno 1978), disegnata da Gilbert Baker, sostenitore di Milk. La Rainbow Flag, simbolo dell’ideale unità nella varietà che avrebbe dovuto contrassegnare il movimento LGBT, accompagnò la Freedom Day Parade: una sorta di prototipo del Gay Pride. La pratica del coming out cominciò a delinearsi come mezzo per schierarsi a favore dei diritti civili per le minoranze sessuali e per dare visibilità alla loro esistenza. 

            La militanza di Milk cesserà solo il 27 novembre 1978, quando sarà assassinato in municipio.

            Per quanto riguarda il film tratto dalla sua vicenda, Sogno americano illustra i luoghi, le riprese e il cast. A dispetto del titolo, però, la parte più sostanziosa del libro riguarda la storia dei collettivi LGBT in Italia – argomento di maggiore interesse per il pubblico della Feltrinelli, per ovvi motivi. Abbiamo già citato il Fuori, nato sulla scia di Stonewall. Esso veniva così a innestarsi su un terreno già abitato dal famoso Sessantotto e dalla sua prosecuzione. Il Fuori nacque pertanto con una vocazione ultralibertaria, rivoluzionaria e vicina a quella della sinistra radicale. Già allora il pomo della discordia era la (dis)informazione sugli omosessuali. L’unica disponibile proveniva da psichiatri di vedute ristrette, che identificavano le minoranze sessuali con “deviati da guarire con qualunque mezzo” e “bloccati allo stadio infantile dell’eros a causa di genitori inetti” (cfr. pag. 36). La risonanza di quell’epoca basta tuttora a scatenare reazioni indignate anche davanti a semplici testi per musica leggera. Del resto, ciò che era considerato “terapia riparativa dell’omosessualità” negli anni ’70 può esser definito “da incubo” o “surreale” senza timore di esagerare: scosse elettriche (la terapia d’avversione di Philip Feldmann); lunghe sedute di ipnosi (prof. Jefferson Gonzaga); lesioni mirate al cervello (“tecnica di Reder”). Queste tecniche furono proposte a Sanremo, il 5 aprile 1972, durante un convegno del Centro italiano di sessuologia (organismo di ispirazione cattolica). Gli psichiatri trovarono ad accoglierli circa quaranta manifestanti, ben decisi a mostrare che non avevano alcuna intenzione di “farsi curare”. Per tutta risposta, gli organizzatori del congresso chiamarono la polizia, contribuendo involontariamente a rendere memorabile l’evento.

            Gianni Rossi Barilli prosegue poi con gli alti e bassi del Fuori: la scarsa presenza e visibilità delle donne al suo interno; l’attrito con le associazioni marxiste o perfino con le femministe (Milano, 15 ottobre 1972). Dal femminismo, il movimento mutuò comunque il “lavoro di presa di coscienza”: parlare del proprio vissuto confrontandolo con quello altrui. Ciò determinò una “politicizzazione del privato” e anche il superamento dei confini di classe e ideologici fra i militanti. In questo contesto, andò affermandosi uno stile tipico di Mario Mieli e poi fattosi addirittura stereotipo del “gay dichiarato”: trucco vistoso, abiti da signora, gioielli, impiegati come vistoso rifiuto del tradizionale ruolo maschile.

            Un punto di rottura netto fu la decisione di Angelo Pezzana, leader del gruppo torinese del Fuori, di federare il movimento con il Partito radicale (1974). Il gruppo milanese reagì in modo indignato, rendendosi autonomo e decidendo di dialogare piuttosto con la sinistra extraparlamentare. La strategia di Pezzana (integrazione con le “istituzioni borghesi”) si rivelò però proficua, in termini di disponibilità di fondi e di sedi.

            Rossi Barilli prosegue poi con le reazioni alla morte di Pier Paolo Pasolini, coi collettivi della seconda metà degli anni ’70, il teatro, gli ulteriori rapporti col mondo della politica. Cita gli Elementi di critica omosessuale (1977, Einaudi) di Mario Mieli, “Bibbia dei collettivi gay autonomi” (pag. 79). Mieli riprendeva le teorie di Freud sull’ “eros polimorfo” dello stadio infantile, per affermare che esso non andava “educastrato” in direzione dell’eterosessualità, ma lasciato emergere per quello che era. È probabile che il terrore dei conservatori odierni verso l’ “ideologia del gender” e la sua “imposizione ai bambini” derivi proprio dalla memoria di queste teorie.

            Attualmente, il movimento LGBT è suddiviso in una pluralità di associazioni: alcune guidate da militanti portatori dell’eredità degli anni ’70; altre giovani e desiderose di riuscire a dar voce a tutte le anime del movimento, a partire da quella bisessuale e quella transessuale. Fare il punto della storia della militanza LGBT è un modo per comprendere cosa si sia ottenuto e quale senso abbia ora proseguirla. È un modo per comprendere i luoghi comuni sul movimento, conoscerne l’origine, ma anche sapere cosa ci sia di mistificato in essi. Se Milk combatteva contro un ostracismo sociale tangibile e fortissimo, i militanti di oggi hanno a che fare con l’ipocrisia di una società che “non ha niente contro le minoranze”, ma le vorrebbe remissive e senza rappresentanti pubblici. La differenza fra dignità e tolleranza, del resto, è questa: la prima è dovuta; la seconda ha sempre un prezzo.

 

Gianni Rossi Barilli (a cura di), Sogno americano, (“Le Nuvole”), Milano 2009, Feltrinelli, 109 pp. (in allegato al DVD Milk).

 

Testi a cura di Erica Gazzoldi Favalli

La politica e noi

Questi mesi sono stati estremamente significativi per le battaglie del movimento LGBT (lesbico, gay, bisessuale, transgender) in tutto il mondo. Riportiamo di seguito un’analisi “in tandem” scritta per questo blog da due nostri soci. Il successo a New York, la situazione in Italia. L’obiettivo è di accrescere il livello di comprensione del come la politica funzioni, nel nostro Paese e all’estero (in questo caso negli Stati Uniti). Non tanto per “piangerci addosso”, che non serve a nulla, bensì per proporre delle idee e dei modi di fare politica che possano aiutarci nelle battaglie che portiamo avanti. Riflettere, capire e agire.

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New York e l’azione politica per il matrimonio gay

“Questo voto manda un messaggio al Paese. Questa è la strada da seguire, il momento di farlo è adesso, e si può fare; non è più un sogno o un’aspirazione. Penso che vedremo sviluppi rapidi.” Così Andrew Cuomo governatore dello stato di New York dopo aver avallato la decisione del Senato dello Stato di rendere legali i matrimoni gay. La decisione è passata con 33 voti a favore (tra cui quelli di quattro repubblicani) e 29 contrari (tra cui quello di un democratico). L’approvazione del Marriage Equality Act è un grande successo per il movimento LGBT (lesbico, gay, bisessuale, transgender) americano e per il movimento denominatosi “New Yorkers United for Marriage coalition” (di cui il movimento LGBT è una componente) sotto la regia dello stesso Cuomo, che ha fatto dell’approvazione della legge una delle priorità del suo programma, ingaggiando per lo scopo anche una delle più importanti società di lobbying e promuovendo una campagna di grass-roots lobbying (cioè l’organizzazione capillare di cittadini a favore del matrimonio gay) e convincendo così gli elettori a fare pressione affinché venisse approvata la legge, poi facendo lobbying a livello politico creando le condizioni politiche affinché anche senatori repubblicani votassero favorevolmente la legge. L’obbiettivo è stato raggiunto con un’organizzazione ferrea e con una campagna di comunicazione efficace. Sicuramente segna un punto di svolta a livello politico, perché lo stato di New York è il più popoloso in qui viene approvato il matrimonio gay e ciò inciderà anche nella campagna per le presidenziali del prossimo anno. In Italia il dibattito sul matrimonio gay si fa fatica ad affrontarlo senza mettere in campo pregiudizi ideologici e come sempre senza usare il tema della famiglia in modo strumentale. Speriamo presto si possa ragionare sul tema in concreto come ha fatto la classe dirigente newyorchese.

Samuele Marco Degradi

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L’Italia e le difficoltà del movimento LGBT

Il movimento LGBT (lesbico, gay, bisessuale, transgender) in Italia sembra accumulare solo ed esclusivamente sconfitte. Eppure a livello locale, nel dialogo con la cittadinanza e anche con porzioni importanti delle amministrazioni pubbliche, moltissimi sforzi vengono fatti da un corpo nutrito di volontari e attivisti, non senza importanti soddisfazioni e riconoscimenti. Sembra proprio che il movimento LGBT, pur dotato di risorse importanti, di braccia e di idee, non sia in grado di influire specificamente sul decisore politico. Leggi il resto di questo articolo »

Il silenzioso deflagrare della speranza

Se la democrazia esprime nel voto alle urne la sua essenza, si può parimenti sostenere che la libertà trovi il suo momento di massima espressione nella manifestazione del proprio pensiero. E quale può essere la migliore manifestazione del proprio pensiero, se non lo sfilare in piazza per mostrare ai propri concittadini ciò che muove il profondo del nostro animo?

È con questo spirito che intendiamo solidarizzare con i cinquecento eroici partecipanti al Gay Pride di Belgrado. In una nazione come la Serbia, dove la comunità GLBT non ha diritto di esistere, i “soli” quindici minuti di manifestazione e le “sole” cinquecento persone presenti al Pride hanno rappresentato una cristallina conquista di libertà. Di più: i quindici minuti e le cinquecento persone rappresentano non solo un importante passo verso l’emancipazione delle persone omosessuali, bisessuali e transessuali, ma anche un importante passo verso la democratizzazione della Serbia. Leggi il resto di questo articolo »

Treviglio Pride 2010: prima tappa!

E fu così che il tour de force detto Treviglio Pride ebbe inizio. Un buon inizio, non c’è che dire. La proiezione di Homofobicus, venerdì sera, ha visto la partecipazione di tanti “volti nuovi”, tra il pubblico e nel dibattito.

Non penso abbia senso cercare di relazionare ciò che è stato elaborato: ne verrebbe fuori più che un post un verbale, e noi non vogliamo scrivere un verbale. Ciò detto, le idee che sono venute a galla le abbiamo ascoltate tutti con grande attenzione. Non solo poiché provenivano da ragazze e ragazzi che parlavano in prima persona delle loro esperienze, dei vissuti più disparati, dei mille modi di affrontare il rapporto con chi ha difficoltà a conoscere ciò che è diverso da sé. Quel che ha colpito, credo, è stata soprattutto la grandissima energia che circolava, la voglia di non rinchiudersi nelle proprie certezze e nei propri rifugi.

Per leggere il resto dell’articolo, clicca qui!

TREVIGLIO PRIDE: VOLONTARI, ALL’ATTACCO!!! ;-)

Siamo ormai entrati nel vivo della costruzione del Treviglio Pride 2010, il primo Pride della Bergamasca. Ora è il momento di darsi da fare, di rimboccarsi le mani e di contribuire, tutti assieme, all’organizzazione di quello che si va prospettando come uno dei momenti più partecipati di incontro e conoscenza della realtà GLBT (Gay, Lesbica, Bisessuale, Transessuale) e dei cittadini delle province di Bergamo e Milano.

Chiunque voglia sentirsi partecipe di questa iniziativa e sia pronto ad offrire anche un piccolo sostegno in termini di tempo e di voglia di fare, è invitato a partecipare all’incontro-riunione di sabato 8 MAGGIO 2010, ore 17 presso il locale Al D di via Galliari 6, Treviglio (BG) (trovi tutte le indicazioni sotto).

Se hai scoperto da poco dell’esistenza di questa iniziativa e hai voglia di prendervi parte, questo è il momento giusto per iniziare! Per qualsiasi informazione, consiglio, perplessità: adesioni@trevigliopride.it

La lotta contro i pregiudizi è un fatto di civiltà. Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti.

Il punto di ritrovo:http://www.milkmilano.com/?page_id=1583
Tutti i modi per arrivare a Treviglio: http://www.trevigliopride.it/?page_id=51
Google maps:  Visualizzazione ingrandita della mappa

Siete prooooooontiiiiiiii???

Care amiche e cari amici del Milk, finalmente domani verrà diffuso il Manifesto del Treviglio Pride 2010, pride della bergamasca, organizzato in collaborazione e coordinamento con “Bergamo contro l’omofobia”, Agedo, Arcilesbica XX Bergamo. Tenetevi pronti a cogliere il frutto delle riflessioni che negli ultimi mesi ci siamo porti intorno al concetto stesso di Pride.
Intanto, godetevi il logo (opera del nostro strafichissimo grafico Michele)! 😉

Parliamo di Pride!

pride

Care amiche e cari amici del Milk, come i soci già sanno, Giovedì prossimo (25 febbraio), alle 21, presso il King di via Derna 19 (fermata Cimiano) l’associazione TUTTA discuterà dell’argomento Pride. Verrano esposte le ragioni delle scelte operate dal direttivo in merito, cercheremo di affrontare alcune questioni legate al “modo” di fare Pride e a cosa pensiamo sia il Pride, e avanzeremo una proposta concreta forte, che impegnerà le nostre attività in modo focale nel mese di Giugno e che quindi richiede un numero di volontari non indifferente.

Questa riunione vuole essere un momento di libero e chiaro confronto perché tale proposta va costruita INSIEME, col contributo ideale e materiale di tutti, senza paura di affrontare questioni che possano essere viste come “irritanti” in altri contesti.

La VOSTRA opinione è fondamentale in questa fase del lavoro, la VOSTRA presenza e il VOSTRO entusiasmo, il VOSTRO impegno lo saranno nel cammino che da giovedì ci porterà alla fine di Giugno, mentre TUTTI NOI INSIEME lavoreremo come una piccola comunità orgogliosa di rinsaldare i NOSTRI legami, seguire una pista traccia da NOI insieme, lottare insieme per la NOSTRA dignità e per la DIFESA DI CHI NON PUO’ ancora metterci la faccia.

Spero non mancherete, davvero.

Stefano

Tra favola e cronaca: è sempre Pride!

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l1‘intervento di oggi parla di Pride, di orgoglio con la lettera maiuscola, e lo fa con la favola e la cronaca. Partendo dalla storia vera di una coppia orgogliosa e fiera del proprio amore si sposta poi ad accennare la cronaca della giornata di Milk Milano al Pride di Genova e si chiude con un promemoria.

STORIA VERA

  Dicono che l’amore vero sia solo quello di un uomo con una donna, che l’uomo sia “cacciatore” e che per questo motivo una coppia omosessuale sia destinata ad un rapido epilogo. Si dice anche che gli omosessuali non facciano altro che riversarsi da una discoteca all’altra passando per qualche battuage.
E’ davvero così? Siamo davvero destinati ad una vita di solitudine perché incapaci di costruire un solido rapporto di coppia?

A noi tutti è chiaro che la risposta sia no. Per chi si alimenta ancora di ormai odiosi luoghi comuni, sì. Qualche giorno fa ho conosciuto un nostro socio, Mario, un uomo che dopo trent’anni d’amore ha dovuto recentemente dire addio al suo compagno Warner a causa di una malattia.

La loro storia può essere definita il classico “colpo di fulmine”, scoccato però negli anni settanta, quando internet non esisteva e vedere due gay mano nella mano era ancora più raro di oggi. I due si erano conosciuti una sera, in un locale per omosessuali: Mario ricorda ancora le lunghe esitazioni prima di entrare,
la paura e, infine, l’ingresso, con tanto di incontro con un collega di lavoro. Fu proprio questo suo conoscente a presentargli quello che poi sarebbe diventato il compagno di una vita.

La loro è stata una storia senza bisogno di lunghi corteggiamenti, un amore scoppiato nel corso di una serata, in cui oltre alle parole dolci e ai discorsi, l’unico contatto fisico furono le carezze e gli abbracci. Ma da quel giorno, racconta Mario, hanno iniziato a vedersi tutti i giorni, sostenendosi a vicenda e vegliando l’uno su l’altro, aspettandosi fuori dal luogo di lavoro, senza nascondersi, ma vivendo alla luce del sole il loro sentimento, come chiunque altro.

Si trattò di un amore anche fortunato, con le rispettive madri che diventano amiche e quasi sembrano tenere di più al figlio dell’altra, o con le vicine di casa e le colleghe di lavoro che chiedono consigli sull’abbigliamento o su cosa preparare per cena. Mario potrebbe parlare per ore di tutti i suoi ricordi, sfoglia l’album di fotografie e sembra rivivere ogni momento: le cene con gli amici (omosessuali e non), i viaggi e i rari litigi… e da ogni parola traspare il forte legame che lo teneva (ma forse sarebbe meglio dire “tiene”) legato a Warner.

Ma la cosa più importante, e forse sorprendente, è che tutto ciò esiste ed è possibile: questo è quello che bisognerebbe tenere a mente. Il tanto sospirato “ragazzo giusto” non è un’utopia, è qualcosa di raggiungibile e reale, così come è reale la moltitudine di persone che ogni anno, a Giugno, sfila per le strade al Pride e spera di vedere riconosciuto il proprio amore.

La storia di Mario, che potrebbe sembrare a molti “un’isola felice”, è una realtà di una quotidianità disarmante. Credo potrebbe diventare una sorta di promemoria a testimonianza del fatto che, anche se nel Presepe, come disse qualche illuminato senatore leghista, nella capanna sotto la stella cometa ci sono Maria e Giuseppe e non Giuseppe e Marco, nell’appartamento sotto il nostro, nella vita reale, potrebbe viverci la famiglia di Mario e Warner.
 

(Andrea Bernardi – Mug

CRONACA

“L’associazione di gay milanesi Milk ha preparato cartelli dedicati alle vittime dell’omofobia, condannati a morte o uccisi a Londra, Bogota’ e Iran” (L’Unità)

“L’associazione Milk di Milano ha citato anche le vittime dell’omofobia o quelle coinvolte in qualche scontro perché cercavano di salvare la vita di un amico. «Io sono qui per Navid Parham ucciso a Tehran aprile 09 perché gay», si legge su un cartello. «Abbiamo fatto decine di cartelli – spiegano i ragazzi – i morti sono molti di più. È importante ricordare che il Vaticano non ha voluto la moratoria della pena di morte per gli omosessuali»” (Il Manifesto)

“L’ associazione di gay milanesi Milk ha ricordato le vittime dell’omofobia, condannati a morte o uccisi a Londra, Bogotà e Iran” (Il Secolo XIX) (La Repubblica)

  

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    «Dobbiamo dare speranza alla gente. Speranza per un mondo migliore, speranza per un domani migliore. Non si può vivere di sola speranza, ma senza di essa la vita non vale la pena di esser vissuta» Harvey Milk
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    Il MILK è un’associazione aperta a tutti, quindi anche a te! Vogliamo affrontare la realtà TBGL milanese a 360 gradi, in svariati campi e organizzando manifestazioni culturali e politiche che possano arricchire l’intera comunità cittadina. Intendiamo operare anche nell’ambito del benessere della comunità, sostenendo in primis (ma non solo) attività di collaborazione diretta con chi si occupa di lotta e prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. Inoltre, in qualità di associazione di cultura omosessuale, vogliamo rivolgerci alla comunità GLBT fornendo spazio che sia luogo di aggregazione e confronto.

    «La speranza non sarà mai silenziosa» Harvey Milk
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    «Se una pallottola dovesse entrarmi nel cervello, possa questa infrangere le porte di repressione dietro le quali si nascondono i gay nel Paese» Harvey Milk
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