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Dalle parole dei forti

La storia di Stavro potrebbe sembrare fuori posto, su questo sito. Perché non è una storia d’amore. E non è nemmeno esemplare. Eppure, merita una menzione. Intanto, perché mostra quale fosse la condizione dei “diversamente eterosessuali” in Europa orientale all’inizio del XX secolo ed esemplifica uno degli incubi ricorrenti degli uomini gay: essere scambiati per potenziali “pederasti”, “traviati” da “abusi in età infantile”. L’altro motivo – e, forse, sarebbe sufficiente in qualunque contesto – è il meraviglioso padre letterario di Stavro: lo scrittore Panait Istrati (1884 – 1935). Figlio naturale di una lavandaia romena e di un contrabbandiere greco, compose le proprie opere principali in francese. La sua vita, errabonda per vocazione, gli fruttò le esperienze che rifuse nei romanzi. Kyra Kyralina fu il primo a essere pubblicato (1923, per l’editore Rieder). Esso si ispirava a un’omonima ballata popolare: la bella Kyra veniva rapita al porto di Braila (città natale di Istrati) da un ricco arabo e liberata poi dai propri fratelli. Nel romanzo, Stavro è il protagonista-narratore e il titolo è dato dal nome della sorella di lui. Alla sua voce, l’autore affida una vicenda esotica e immaginosa come le novelle delle Mille e una notte, ma concreta e dolente come le esperienze reali: una forma di romanzo del tutto insolita, nel quadro letterario francese dell’epoca.

            Stavro si presenta come “il mercante straniero”, il “venditore di limonate” a cui ogni casa “perbene” è interdetta. Agli occhi del lettore, il personaggio prende forma nell’incontro con Adrian, il suo giovane amico ansioso di girare il mondo (e alter ego di Istrati stesso). L’attaccamento del ragazzo allo straniero non è dato tanto dal loro debole legame di parentela, quanto dalla misteriosa storia di vita che Stavro ha alle spalle. Essa emergerà improvvisamente, la notte in cui quest’ultimo lascerà trapelare i propri reali sentimenti per Adrian. Proprio l’attrazione di Stavro per i ragazzi fu l’elemento che suscitò scalpore, all’uscita di Kyra Kyralina sul mercato librario. 

            Nella vicenda del narratore, prende corpo il mondo della “Istanbul segreta”: quello in cui i ricchi fornitori di harem abusano dei begli adolescenti, mentre li coprono d’oro come lussuosi animali da compagnia. L’ “orco” di Stavro è lo stesso che ha rapito l’adorata sorella di quest’ultimo, Kyra, e l’ha venduta a un harem. A quella troppo traumatica scoperta del sesso, il personaggio attribuisce il proprio orientamento – secondo un preconcetto (non solo) primonovecentesco. Nel corso del racconto, Stavro stesso riesce a parlare dei propri sentimenti solo con il linguaggio del “vizio”, dell’ “infelicità” e persino della “maledizione” di tipo magico. Eppure, riesce a sferrare una risposta a chi lo accusa con troppa facilità: «Non è per difendermi che voglio parlare: oh! per me, non fa differenza!… È per darvi, io, l’uomo immorale, una lezione di vita, a voi che siete persone morali, soprattutto a Voi, Mikhail, che non la conoscete tutta, come forse pensate» (cap. I). Stavro introduce così la storia del proprio matrimonio, col quale si rifugiò fra le braccia di una ragazza amorevole e innocente. Da accusato, si fa accusatore dei meschini parenti di lei, che lo costrinsero a una vita di alienazione perché “incapace di fare il proprio dovere di marito”; accusatore di un amico che tradì il suo intimo segreto; accusatore, infine, di quella famiglia senza amore che condannò lui all’emarginazione e sua moglie al suicidio.

            I ricordi rappresentati narrativamente da Istrati sono tali da fermare qualunque tentazione di idealizzare quella società in cui “i diversi non alzavano la cresta”. Pur avendo interiorizzato lo stigma, Stavro scolpisce la vera vergogna: quella di essere così annegati nel perbenismo da divenire anaffettivi e crudeli. Ben venga questo narratore da Mille e una notte sul nostro sito: perché, come dice Adrian, «la luce viene dalla parole dei forti» (cap. I).

 

Panaït Istrati, Kyra Kyralina, in: Œuvres I, (“Phébus libretto”), édition établie et présentée par Linda Lê, Paris 2006, Éditions Phébus. (Nell’articolo : traduzioni nostre).

 

Una traduzione italiana : Panait Istrati, Kyra Kyralina, (“Universale Economica”), Milano 1996, terza edizione, Feltrinelli. Traduzione dal francese di Gino Lupi; revisione di Pino Fiori.

 

Testo di Erica Gazzoldi.

In principio

Ormai, siamo abituati a vederli così: i circoli di attivisti pro-minoranze sessuali, più o meno separatisti, più o meno recenti, più o meno conosciuti. Il Gay Pride è – possiamo dirlo con un poco di ironia – una tradizione. Ma, in principio, fu Stonewall: giorni di guerriglia urbana in un gay bar a New York (lo Stonewall Inn, appunto), innescati dall’ennesima “spedizione punitiva” della polizia (28 giugno 1969). “I froci [sic] hanno perduto quel loro sguardo ferito” disse il poeta Allen Ginsberg, che portò la propria solidarietà alla rivolta. Non occorrono altre parole per commentare il significato dell’orgoglio gay. La militanza LGBT – abitualmente accusata, oggi, di “vittimismo” ed “egoismo” – ha origine in un atto muscolare, collettivo e tenace. 

            Da quel primo rifiuto del ruolo di vittime, nacque tutto il resto: il Gay liberation front negli Stati Uniti e in Inghilterra, il Front homosexuel d’action révolutionnaire in Francia, il Mouvement homosexuel d’action révolutionnaire in Belgio e il Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano, dal significativo acronimo “Fuori”. E nacque, naturalmente, la vicenda di Harvey Milk (1930 – 1978). Gianni Rossi Barilli racconta tutto questo in  Sogno americano, il libro che accompagna il DVD del film Milk (regia di Gus Van Sant; Oscar 2009 per il Miglior Attore Protagonista e la Migliore Sceneggiatura Originale), nell’edizione Feltrinelli per la collana “Le Nuvole”.

            Harvey Milk è noto per essere stato il primo omosessuale dichiarato ad accedere a un’importante carica pubblica negli Stati Uniti. Lo divenne nel 1977, quando fu eletto supervisor (consigliere comunale) a San Francisco. Durante la sua carriera politica, smentì sempre quello che sarebbe diventato un ritornello degli “anti-omosessualisti” nostrani: “La militanza LGBT svia l’attenzione da altri problemi!” Milk cominciò innamorandosi del proprio quartiere, Castro, a San Francisco. Si alleò col sindacato dei camionisti, che volevano migliori condizioni di lavoro, boicottando una marca di birra (1973). Mentre era in carica come supervisor, promosse programmi sociali a favore degli anziani, norme sull’obbligo di raccogliere gli escrementi dei propri cani per strada e l’introduzione di meccanismi di voto maggiormente comprensibili e accessibili ai cittadini (1978). Naturalmente, non scordò i diritti civili delle minoranze sessuali. All’epoca, non si parlava ancora di matrimonio e omogenitorialità. La questione era ancor più scottante: il diritto a un posto di lavoro. Gli omosessuali non velati rischiavano il licenziamento, specialmente se docenti in scuole pubbliche. Milk, insieme all’insegnante Tom Ammiano, promosse e fece approvare un’ordinanza che vietava questo tipo di sopruso. A darsi da fare in senso contrario sarà Anita Bryant, attivista ultraconservatrice e popolare come cantante. Insieme a lei, il senatore della California John Briggs sponsorizzò la “Proposition 6” (o “Briggs Initiative”), che voleva bandire dall’insegnamento delle scuole pubbliche non solo gli omosessuali, ma anche i loro sostenitori (1978). Fu in quel clima che sventolò la prima bandiera arcobaleno (25 giugno 1978), disegnata da Gilbert Baker, sostenitore di Milk. La Rainbow Flag, simbolo dell’ideale unità nella varietà che avrebbe dovuto contrassegnare il movimento LGBT, accompagnò la Freedom Day Parade: una sorta di prototipo del Gay Pride. La pratica del coming out cominciò a delinearsi come mezzo per schierarsi a favore dei diritti civili per le minoranze sessuali e per dare visibilità alla loro esistenza. 

            La militanza di Milk cesserà solo il 27 novembre 1978, quando sarà assassinato in municipio.

            Per quanto riguarda il film tratto dalla sua vicenda, Sogno americano illustra i luoghi, le riprese e il cast. A dispetto del titolo, però, la parte più sostanziosa del libro riguarda la storia dei collettivi LGBT in Italia – argomento di maggiore interesse per il pubblico della Feltrinelli, per ovvi motivi. Abbiamo già citato il Fuori, nato sulla scia di Stonewall. Esso veniva così a innestarsi su un terreno già abitato dal famoso Sessantotto e dalla sua prosecuzione. Il Fuori nacque pertanto con una vocazione ultralibertaria, rivoluzionaria e vicina a quella della sinistra radicale. Già allora il pomo della discordia era la (dis)informazione sugli omosessuali. L’unica disponibile proveniva da psichiatri di vedute ristrette, che identificavano le minoranze sessuali con “deviati da guarire con qualunque mezzo” e “bloccati allo stadio infantile dell’eros a causa di genitori inetti” (cfr. pag. 36). La risonanza di quell’epoca basta tuttora a scatenare reazioni indignate anche davanti a semplici testi per musica leggera. Del resto, ciò che era considerato “terapia riparativa dell’omosessualità” negli anni ’70 può esser definito “da incubo” o “surreale” senza timore di esagerare: scosse elettriche (la terapia d’avversione di Philip Feldmann); lunghe sedute di ipnosi (prof. Jefferson Gonzaga); lesioni mirate al cervello (“tecnica di Reder”). Queste tecniche furono proposte a Sanremo, il 5 aprile 1972, durante un convegno del Centro italiano di sessuologia (organismo di ispirazione cattolica). Gli psichiatri trovarono ad accoglierli circa quaranta manifestanti, ben decisi a mostrare che non avevano alcuna intenzione di “farsi curare”. Per tutta risposta, gli organizzatori del congresso chiamarono la polizia, contribuendo involontariamente a rendere memorabile l’evento.

            Gianni Rossi Barilli prosegue poi con gli alti e bassi del Fuori: la scarsa presenza e visibilità delle donne al suo interno; l’attrito con le associazioni marxiste o perfino con le femministe (Milano, 15 ottobre 1972). Dal femminismo, il movimento mutuò comunque il “lavoro di presa di coscienza”: parlare del proprio vissuto confrontandolo con quello altrui. Ciò determinò una “politicizzazione del privato” e anche il superamento dei confini di classe e ideologici fra i militanti. In questo contesto, andò affermandosi uno stile tipico di Mario Mieli e poi fattosi addirittura stereotipo del “gay dichiarato”: trucco vistoso, abiti da signora, gioielli, impiegati come vistoso rifiuto del tradizionale ruolo maschile.

            Un punto di rottura netto fu la decisione di Angelo Pezzana, leader del gruppo torinese del Fuori, di federare il movimento con il Partito radicale (1974). Il gruppo milanese reagì in modo indignato, rendendosi autonomo e decidendo di dialogare piuttosto con la sinistra extraparlamentare. La strategia di Pezzana (integrazione con le “istituzioni borghesi”) si rivelò però proficua, in termini di disponibilità di fondi e di sedi.

            Rossi Barilli prosegue poi con le reazioni alla morte di Pier Paolo Pasolini, coi collettivi della seconda metà degli anni ’70, il teatro, gli ulteriori rapporti col mondo della politica. Cita gli Elementi di critica omosessuale (1977, Einaudi) di Mario Mieli, “Bibbia dei collettivi gay autonomi” (pag. 79). Mieli riprendeva le teorie di Freud sull’ “eros polimorfo” dello stadio infantile, per affermare che esso non andava “educastrato” in direzione dell’eterosessualità, ma lasciato emergere per quello che era. È probabile che il terrore dei conservatori odierni verso l’ “ideologia del gender” e la sua “imposizione ai bambini” derivi proprio dalla memoria di queste teorie.

            Attualmente, il movimento LGBT è suddiviso in una pluralità di associazioni: alcune guidate da militanti portatori dell’eredità degli anni ’70; altre giovani e desiderose di riuscire a dar voce a tutte le anime del movimento, a partire da quella bisessuale e quella transessuale. Fare il punto della storia della militanza LGBT è un modo per comprendere cosa si sia ottenuto e quale senso abbia ora proseguirla. È un modo per comprendere i luoghi comuni sul movimento, conoscerne l’origine, ma anche sapere cosa ci sia di mistificato in essi. Se Milk combatteva contro un ostracismo sociale tangibile e fortissimo, i militanti di oggi hanno a che fare con l’ipocrisia di una società che “non ha niente contro le minoranze”, ma le vorrebbe remissive e senza rappresentanti pubblici. La differenza fra dignità e tolleranza, del resto, è questa: la prima è dovuta; la seconda ha sempre un prezzo.

 

Gianni Rossi Barilli (a cura di), Sogno americano, (“Le Nuvole”), Milano 2009, Feltrinelli, 109 pp. (in allegato al DVD Milk).

 

Testi a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Mitici queer

Si discute spesso del rapporto fra “sesso” e “genere”, ovvero di quanto conti la natura rispetto alla cultura nella distinzione fra maschio e femmina. Interessante, in questo senso, è osservare quale fosse la percezione dei sessi e della loro dualità nelle epoche che precedettero tanto l’arrivo del Cristianesimo quanto l’avvento delle scienze moderne, gli studi di genere e l’elaborazione della queer theory. A questo si presta particolarmente la letteratura mitologica.

Le Argonautiche di Apollonio Rodio (III sec. a.C.) elencano, tra i valorosi protagonisti, un certo Corono, che non è, però, “migliore del padre” (I, v. 58). Egli, infatti, è figlio di Ceneo, che, da solo, mise in fuga l’esercito dei Centauri (I, vv. 59-64). Questo vigorosissimo uomo aveva una particolarità: era nato donna, col nome di Cenide, che riprese negli Inferi “per fato”, secondo Virgilio (Eneide VI, vv. 448-449). L’Epitome allegata alla Biblioteca dello Pseudo-Apollodoro (datazione incerta fra la metà del I sec. a.C. e l’inizio del IX sec. d.C.) attribuisce questa trasformazione all’unione con il dio Poseidone, che rese l’amante maschio e invulnerabile per volontà della stessa Cenide (Epitome, 1). Ancora donna lo vedono i Centauri in battaglia, secondo Ovidio (Metamorfosi XII, vv. 470-476). La sua virilità emerge però indubitabilmente, in base alle concezioni dell’epoca, nella sua straordinaria forza fisica e nel suo spirito combattivo (vv. 499-506). Solo nel linguaggio sprezzante e stupito del nemico Monico, Ceneo è semimas, “maschio a metà” (v. 506).

A Tiresia, invece, toccò una doppia metamorfosi. Sempre Ovidio (Metamorfosi III, vv. 316 ss.) spiega come egli avrebbe acquisito capacità profetiche. Un giorno, Tiresia divise con un bastone due serpenti che si stavano accoppiando. Questo atto causò la sua trasformazione in donna e tale rimase per sette anni. Poi, di nuovo incontrò i due rettili in amore; di nuovo li separò e tornò maschio. Ciò fece di lui l’unico essere umano in grado di conoscere sia il piacere sessuale virile che quello femminile e, per aver saputo svelare la differenza fra essi, Giunone gli tolse la vista e Giove gli donò il vaticinio.

Meno lusinghiera, ma non meno interessante è la storia del mitico archetipo di tutti gli androgini: Ermafrodito, per l’appunto (Ovidio, Metamorfosi IV, vv. 285 ss.). Il curioso nome, secondo il poeta latino, verrebbe dalla fusione di “Ermes” e “Afrodite”, genitori del ragazzo, nei cui tratti si mescolavano i volti del padre e della madre. Ibrido fin dalla nascita, Ermafrodito lo divenne ancor più quando incontrò la ninfa Salmacide. Ella, incapricciatasi di lui, lo catturò nel mezzo delle acque di un lago in Caria e pregò gli dèi di non lasciar separare il corpo del giovane dal suo. Ermafrodito si fuse così con la ninfa ed acquisì l’aspetto ambiguo per cui è famoso. La vicenda è un mito eziologico, che vorrebbe spiegare come mai la fonte Salmacide in Caria facesse perdere la virilità ai bagnanti. L’Ermafrodito di Ovidio, dunque, non sarebbe tanto una perfetta sintesi di maschile e femminile, quanto un semimas (v. 381), come era stato definito Ceneo da Monico.

Carica di pathos è la vicenda di Ifi (nome sia maschile che femminile), sempre tratta dalle Metamorfosi ovidiane (IX, vv. 666 ss.). Questo mito è la fonte di un episodio letterario che abbiamo già considerato: quello di Bradamante, Fiordispina e Ricciardetto.

Quando la madre di Ifi era incinta, il padre, a causa della propria indigenza, volle che il figlio fosse allevato solo se maschio (dunque, non bisognoso di dote). Se fosse nata una bambina, ella avrebbe dovuto essere uccisa. In sogno alla madre angosciata, apparve Iside e le promise che avrebbe protetto il nascituro, di qualunque sesso fosse stato. Quando venne alla luce una bambina, la madre la presentò al marito come maschio e da tale Ifi fu allevata. Una volta cresciuta, ella fu promessa in “sposo” dal padre alla bella Iante. Fra le fidanzate, nacque una sincera passione, che portò però Ifi alla disperazione. Evidentemente ignara di cosa fosse l’amore saffico, al contrario delle antiche coetanee di Lesbo, si considerava mostruosa e non vedeva via d’uscita. Iside, allora, tramutò in uomo l’amante infelice e le permise così di coronare il sogno.

I quattro miti che abbiamo narrato ispirano più di una considerazione. Tanto l’orizzonte ellenistico quanto quello latino avevano una visione indiscutibilmente binaria dei sessi: da una parte, i maschi, destinati alla guerra e a far da mariti alle donne; dall’altra, per l’appunto, le donne, imbelli e “naturalmente” orientate a desiderare gli uomini. Nessuno studio psicologico o psicanalitico aveva gettato luce sull’omosessualità. Non era contemplata la disforia di genere, né (essendo sconosciuto il DNA) era stata scoperta l’intersessualità. Purtuttavia, lo sguardo allo stesso tempo incuriosito e sacrale con cui i mitografi guardavano alla natura permise loro di cogliere la possibilità dell’attraversamento della barriera fra i sessi. La storia di Cenide/Ceneo è quella dell’incontro con le forze telluriche e marine, rappresentate da Poseidone e tali da scuotere tutto ciò che sembra incrollabile –compresa la conformazione sessuale. L’esperienza di Tiresia, oltre a essere unica, è iniziatica, ovvero capace di mutare radicalmente la sua visione della realtà. La storia di Ermafrodito esprime la paura della perdita della propria identità sessuale e perfino il terrore del maschio davanti a una femminilità aggressiva; ma è anche osservazione di un fenomeno naturale che rende possibile un “prodigio”. Il mito di Ifi testimonia l’esistenza del culto di Iside in terra latina, nonché la connotazione della divinità come nume del soccorso e anche del passaggio a nuova vita (non a caso, Apuleio ne farà il deus ex machina di un’altra Metamorfosi). Il cambiamento di sesso è dunque segno di una potenza divina, indistinguibile, nella religiosità precristiana, da quelle naturali. Anche l’amore omosessuale di Ifi è preludio e condizione necessaria al manifestarsi di detta potenza.

Nella mitologia classica (precristiana e prescientifica), le forme di queerness sono prodigi, mostruosi o miracolosi, ma sempre contemplabili all’interno di una natura sacra e in perenne trasformazione.

 

Testi a cura di Erica Gazzoldi Favalli

“Balletti verdi” di Stefano Bolognini: un ritorno che ancora ci fa pensare

Ritornano i “Balletti verdi”. La ripubblicazione del libro di Stefano Bolognini, edito da Liberedizioni, ci offre la possibilità di leggere alla luce dell’attualità uno dei più grandi scandali omosessuali del Novecento italiano. È, anche, questa, un’opportunità di poter analizzare come la Chiesa, la cultura del tempo, la stampa hanno trattato alcuni episodi che hanno colpito figure notorie del mondo dello spettacolo, del teatro e delle televisione per, poi, finire, con alcuni alti prelati del mondo clericale. Il tutto veniva liquidato con parole offensive e di alta denuncia dell’omosessualità, di certo non vista, come dovrebbe essere, naturale espressione di un orientamento ma, bensì, come occasione strumentale per inaugurare una nuova caccia alle streghe. Tutto veniva, così, nascosto e insabbiato con l’ipocrisia che contraddistingue spesso il nostro paese. Nel perbenismo borghese ed eterossessista degli anni 60 e nella città di Brescia, “leonessa d’Italia”, veniva, così, allo scoperto un mondo sconosciuto e ignorato: ci si chiede come oggi possiamo leggere questo episodio “montato ad arte” e come sarebbero trattati nuovi e simili “balletti verdi”. Abbiamo intervistato l’autore, Stefano Bolognini, preparandoci, così, all’incontro che ci troverà impegnati e interessati come Milk, Venerdì 19 ottobre alle ore 20:30, presso la sede del Guado di Via Soperga 36 a Milano

Perché oggi parlare ancora del maggiore scandalo gay italiano?
Perché se n’è parlato troppo poco e male, perché l’odio di ieri continua ad avere delle influenze nel dna di noi gay di oggi e perché, grazie ad un confronto diretto con gli anni Sessanta riusciamo disegnare la misura di quanto sia cambiato, in meglio e nonostante tutto il nostro paese. E poi, al di là di noiose lezioni di storia tutte a date, tornare a raccontare i parchi all’aperto, i cinema, la Buoncostume e gli amori negati è una lezione per tutti contro l’odio e la discriminazione.

Perché si chiamavano “Balletti verdi”?
Balletti erano chiamati dalla cronaca nera dell’epoca tutti gli scandali che avevano a che fare con la sessualità e verde era il colore che si metteva in relazione agli omosessuali: era verde il garofano fatto ad arte all’occhiello di Oscar Wilde. Il caso vide più di 150 omosessuali bresciani implicati in un presunto giro del vizio e nella corruzione di minorenni. Dopo anni le accuse e il processo dimostrarono che era tutta una montatura. Ma per alcuni era troppo tardi: due omosessuali si suicidarono.

Un’attenta e accurata operazione di ricerca storica ti ha condotto a proporre un puntuale saggio su un episodio rimosso nella memoria collettiva: che cosa ti ha condotto a intraprendere questa impresa?
E’ tutta colpa di mia madre: quando ho fatto coming out, come racconta approfonditamente nel mio Una Famiglia normale (ed. Sonda 2008), mi chiese se ero tra quelli dei “balletti verdi”. Sono bresciano e lo scandalo gay, ad ani di distanza era rimasto nella memoria collettiva. Poi incontro Giovanni Dall’Orto, gli dico che vorrei fare il giornalista, e mi suggerisce di incominciare dai balletti verdi. Bhe, il giorno dopo ero in biblioteca a cercare di districare la matassa nebbiosa, non una data, non una informazione certa, solo uno scandalo mai raccontato e analizzato.

Com’è avvenuta la fase di produzione del saggio e di ricerca?
Ero giovane, diciamo che è stato istintivo. Trovato un articolo dell’epoca e una data hanno cominciato a uscire sulla questione quantità sbalorditive di materiale. Alla faccia di chi sostiene che storicamente di omosessualità si sia parlato poi. Negli anni Sessanta ne parlò tutto il Paese, ma non parlava di omosessuali, parlava di vizio, corruzione e turpitudini e di pericolosi individui…

La stampa come ha reagito a tali episodi e, soprattutto, come li ha presentati, sia essa organo di stampa di partiti di sinistra, sia di destra, sia clericali?
La stampa, ieri come oggi, non ha esitato a buttarsi a capofitto nella vita di omosessuali inermi sbattendoli in prima pagina. I partiti, senza esclusione, si affrettarono a condannare all’unisono il vizio. Insomma l’omosessuale, un po’ come oggi, era un ospite politicamente sgradito.

La Chiesa ha visto anche alcuni propri esponenti implicati nel caso: come reagì il clero difronte a questo e attraverso quali strumenti cercò di insabbiare i fatti?
Con articoli a difesa del clero bresciano e persino il Vescovo della città, cosa inaudita per l’epoca, ebbe a intervenire direttamente nel dibattito respingendo ogni addebito e mentendo.

Oggi ci sono nuovi “balletti verdi” e, in caso affermativo, come verrebbero trattati?
Oggi un caso come i balletti verdi sarebbe immediatamente demolito dalla stampa: nemmeno quella di destra osa più iperboli che richiamano al mondo del vizio per raccontarci. Il problema è che decine di innocenti soffrirono pene enormi per quel caso montato ad arte. Ricordarlo è un modo per risarcirli e per pretendere che non accada più.

Muybridge: il nudo maschile è precursore dell’arte cinetica

Parlare di fotografia di nudo maschile nella conservatrice e perbenista America di fine ottocento risulta alquanto difficile in quanto molto spesso la stessa attività veniva compromessa e fortemente taciuta e repressa. Ricordiamo che solo fino alla conclusione degli anni 60 le retate nei locali newyorkesi, dove avevano spazio spettacoli ed esibizioni artistiche, dalla draguerie al travestitismo giocoso, proseguivano imperterrite per mano di una pubblica sicurezza molto attenta all’ordine morale più che a quello legalitario. In questo contesto si inserisce l’attività di Eadweard Muybridge, noto fotografo inglese naturalizzato statunitense per, poi, ritornare nella sua madre patria nel 1894, dove morì a Kingston sul Tamigi.

Le rive del grande fiume britannico hanno dato l’addio a uno dei geni dell’arte visiva contemporanea, tanto da attribuirgli il titolo di precursore della biomeccanica e della meccanica degli atleti. Ricorderei il videoclip, che potrei assurgere a opera videoartistica, del famoso brano degli U2, “Lemon”, per testimoniare il riflusso ancora attuale della poetica del fotografo inglese: una sequenza di immagini di ragazzi e di uomini, ovviamente presi nella nostra contemporaneità, si sussegue incessantemente creando una sensazione quasi ipnotica. L’idea è presa dalle opere di Muybridge il quale immortalò la corsa di un cavallo in tutte le sue fasi, “The Horse in motion”, su commissione di Leland Stanford, fondatore dell’omonima università e magnate delle ferrovie, in quanto si era dato inizio a uno studio sulle posizioni del cavallo in corsa. Si smentì, pertanto, l’idea della maggior parte dei pittori precedenti che il cavallo avesse un momento in cui tutte e quatro le zampe rimanessero sollevate.

Tale risultato, che suscitò scalpore, si ottenne grazie il procedimento artistico dell’artista che possiamo definire “osservazione anatomica”, realizzato apponendo dodici, poi ventiquattro, batterie di macchine fotografiche in successione l’una con l’altra lungo il percorso tracciato dal cavallo in corsa. L’animale nel suo tragitto a ogni cavalcata scatta autonomamente un fotogramma. Il susseguirsi delle immagini dava, così, se fatte avvicendare a una certa velocità, l’impressione che si muovessero, tanto da individuare una prima forma di sequenze, elementi basilari della produzione cinematografica. Muybridge era omosessuale? La sua carriera si interruppe quando nel 1874 scopre che la moglie ha come amante l’allora sindaco di San Francisco, Harry Larkyns, uccidendo questi e ottenendo un forte sconto di pena dopo il processo. Questo dato non smentisce l’ipotesi che il fotografo avesse forti attrazioni omoerotiche soprattutto se si vedono anche la passione e la dedizione particolare investite nel ritrarre, sempre con la stessa tecnica, la cronofotografia, la perfetta sequenza dei movimenti fisici.

Corpi maschili nell’atto di lottare, di trasportare materiali, di salire una scala, di mangiare o di bere, si susseguono incessantemente, dando dinamicità a figure imponenti che rivelano una possenza monumentale e una virilità estetica molto incisive.

Emozioni si percepiscono in quella che può essere l’arte del precursore della biomeccanica soprattutto nella realizzazione del Zoopraxiscopio, strumento simile allo Zoetropio, che permise di fare vedere la dinamica di figure di atleti aitanti immortalati a un pubblico fatto da più persone.

Lo studio della fotografia di nudo è magistrale anche nelle sue forme statiche visive, luci modulate sulle forme sinuose di statuari ragazzi presi in pose e in situazioni quotidiane, esempio ne è l’allenamento sportivo, dove l’energia vitale e la disinibizione del movimento diventano parti integranti di una struttura artistica quasi contemplativa ma non fine a sé stessa, in quanto condotta con intento scientifico e di analisi.

La richiesta da parte di un pubblico di fotografie di nudo maschile si definì più marcatamente dopo la seconda guerra mondiale negli Stati Uniti, seppure già ai tempi di Muybridge grande attenzione di pubblico veniva riversata riguardo molti lavori che evidenziavano la passione tutta figurativa maschile. Queste opere venivano tollerate nel clima moralista solamente solamente se giustificabili in quanto rappresentative di contesti sociali e categorie specifiche e popolari, quali, per esempio, la ripresa di attività sportive. Il valore estetico dell’opera di Muybridge è incommensurabile e geniale, essendo la prima produzione volta anche a studiare e analizzare l’anatomia nelle successioni temporali di una cinetica corporale. Il nudo maschile aveva dei predecessori in Europa, ricordiamo Von Gloeden, di poco precedenti all’artista inglese, ma la sua attività aprì la strada ad altri personaggi di calibro e di rilievo, quale Thomas Eakins, suo maggiore “erede”.

La poetica dei predecessori e dei contemporanei di Muybridge era indirizzata all’interesse estetico di immortalare giovani ragazzi in pose angeliche e molto ieratiche. Poetica è questa antitetica alla scelta dell’artista inglese di voler sdoganare un’esaltazione della stuatuarietà dell’uomo in situazioni di tensione fisica e muscolare quasi plastica, reale, quasi palpabile e tangibile. Lottatori e sollevatori di peso erano i soggetti principali delle diverse cartoline di cui faceva incetta un pubblico attento e attratto dal corpo maschile virile e adulto rispetto quello adolescenziale, spesso dai contorni efebici e molto delicati, con una certa dose di muliebrità. Teatri e circhi erano i luoghi di mercificazione di fotografie di giocatori circensi o saltimbanco massicci quanto scultorei e imponenti, quasi grotteschi a una prima visione, ma monumentali nella loro particolare puntualità descrittiva.

Muybridge nella scelta dei soggetti è pioniere di un’arte fortemente influente nel periodo a lui successivo, attribuendogli, così, un posto di rilievo insostituibile nella storia della fotografia di nudo maschile e della cultura omosessuale moderna e contemporanea.

E’ importante sottolineare l’evoluzione di un’arte nata dalla creatività e inventiva fervida di un libraio ed editore, quale Muybridge era prima di intraprendere questa professione, che ha visto procedere dalle foto del Parco Nazionale di Yosemite e di San Francisco, sotto lo pseudonimo di “Helios”, fino a giungere all’esaltazione sensuale della muscolarità maschile.

Paul Valery dirà a proposito dell’opera “The horse in motion”: “le fotografie di Muybridge rivelano chiaramente gli errori in cui sono incorsi tutti gli scultori e i pittori quando hanno voluto rappresentare le diverse andature del cavallo”.
Tutto questo può trasporsi anche nello studio dell’anatomia degli atleti dove le successioni di fotogrammi di momenti particolari e precisi del movimento fisico dettano uno studio scientifico senza precedenti. Successivi pittori si basarono, così, per non incorrere in errori di approssimazione dei loro predecessori, sulle opere di Muybridge per rappresentare in strabilianti quadri giovani aitanti sempiterni.

È quasi naturale e conseguente fare un parallelismo tra Muybridge e Warhol sia per il contesto in cui entrambi gli artisti operano, la foto di nudo maschile vedeva un ostracismo nell’America della fine del XIX° secolo tanto quanto l’attività performativa, videoartistica e coreografica prodotta nell’intramontabile Factory a fine anni ’60; sia per il contenuto e la procedura poetica che i due geni delle arti visive hanno saputo esprimere. Entrambe, infatti, propongono piccoli frammenti continui e in perfetta successione temporale al fine di dare all’immagine la rilevanza unica e centralità singolare nell’opera d’arte, magari riproponendola con una certa ossessione estetica piacevole e mai stucchevole.

Lo scandalo di Cleveland Street

Visto che va tanto di moda parlare del mestiere più antico del mondo, mi sembra doveroso ripescare una vecchia storia di quando non solo ricchi e potenti si prendevano la briga di recarsi in prima persona in appositi luoghi del vizio e del peccato (vuoi mettere com’è tutto più facile adesso con i jet privati da e per la Sardegna, le auto blu per entrare in palazzi romani e brianzoli e gli amici che ti selezionano la materia prima?), ma essere gay effettivamente era molto più difficile che guardare qualche bella ragazza di tanto in tanto.

Correva l’anno 1889, il 52esimo del regno dell’austera regina Vittoria e la Gran Bretagna si beava del suo vasto impero e godeva d’una straordinaria prosperità. Scotland Yard, impantanatasi soltanto un anno prima con i delitti insoluti di Jack lo Squartatore, riprendeva a occuparsi della normale amministrazione in una Londra sovraffollata di piccoli e grandi crimini, ivi incluso un caso di furto all’Ufficio Centrale del Telegrafo. Durante le indagini il diciottenne marconista Thomas Swinscow viene trovato in possesso di una sorprendente quantità di denaro (qualcosa come 18 scellini, pari a settimane se non mesi del suo magro stipendio) e, non volendo essere accusato del furto in questione, confessa di aver guadagnato quella somma “andando a letto” con dei gentiluomini nella casa di tale Charles Hammond, cui era stato presentato tramite un amico comune, Henry Newlove; il giovane ammette di essersi prostituito solo due volte, ma fa i nomi di altri ragazzi dell’ufficio che frequentavano regolarmente quello che sembra essere un postribolo maschile a tutti gli effetti. Leggi il resto di questo articolo »

Lady Oscar à la russe!

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Domandina: ve la ricordate la bella bimba “con biondi capelli e rose di guancia”? “Il buon padre voleva un maschietto, ma, ahimé!” era nata lei? Ovviamente sì: ve la ricordate eccome. Ecco, bene. E se vi dicessi che un personaggio storico straordinariamente simile a “madamigella Oscar” nonché cronologicamente a lei molto vicino è realmente esistito?

La fanciulla in questione, però, visse più tardi, in epoca imperiale, e non era una francese, bensì (udite udite!) una russa.  Il suo nome era Nadežda Andreevna Durova (nel dipinto qui a lato). Nata nel 1783, figlia di un maggiore dell’esercito, crebbe nell’ambiente militare, come bambinaie ebbe gli attendenti di campo del padre e alle bambole preferì i fucili. Scarichi, s’intende.

Leggenda vuole (e in  Russia ogni leggenda può essere Storia e viceversa) che la madre, isterica, gettò la figlioletta neonata fuori dallo sportello della carrozza di famiglia e che da adolescente, la ragazza riuscì ad addomesticare da sola un cavallo ritenuto indomabile. Quel che è certo è che raggiunta la maggiore età, la fanciulla sposò un magistrato di provincia cui diede un figlio. In altre parole, le toccò il destino comune a tutte le donne della sua epoca e del suo censo.
Contrariamente alla quasi totalità delle dame ottocentesche di cui s’abbia notizia, però, la Durova nel 1805, a soli tre anni dalle nozze, abbandonò di punto in bianco marito e pargolo, decisa ad intraprendere la carriera militare. E per farlo, naturalmente, dovette travestirsi da uomo. Sotto il falso nome di Aleksander Sokolov, la Durova entrò nell’esercito e partecipò alla campagna di Prussia del 1806-1807. Successivamente, guadagnatasi ormai la curiosità dei contemporanei e una notevole fama in patria, “Lady Aleksander” combatté nelle battaglie di Smolensk e della Moscova del 1812 contro l’esercito di Napoleone. So cosa i più romantici tra i lettori si staranno chiedendo: e la Corte? I balli? I pizzi e i merletti? Mi spiace: non ce ne sono. Leggi il resto di questo articolo »

La domenica al museo 2: il rogo di von Hohenberg.

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Miniatura da manoscritto raffigurante il cavaliere von Hohenberg e il suo scudiero mentre vengono arsi vivi fuori dalle mura di Zurigo, perché legati da una relazione omosessuale, l’anno di grazia 1482 (Zurigo, Biblioteca Centrale). La pagina appartiene alla cosiddetta Spiezer Schilling, una delle cronache scritte da Diebold Schilling da Berna il vecchio.

Giusto per ricordare a tutti che tanto NOI ci siamo sempre stati, ci siamo sempre amati e che anche se ci si è perseguitati in ogni modo siam qui ancora…

Visita la biblioteca centrale di Zurigo, clikka qui!

La domenica al museo 1: La tomba del tuffatore di Paestum

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L’immagine raffigura due amanti durante un banchetto, e proviene dalla “Tomba del tuffatore”, trovata nel 1968, conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Paestum e datata attorno al 480 a.C.

Sulle quattro lastre che formano le pareti della tomba sono rappresentate scene di banchetto e personaggi in cammino. Il coperchio raffigura un tuffatore in pieno volo. I personaggi dei banchetti, a gruppi di due, sono presentati mentre suonano, gareggiano al cottabo, parlano, amoreggiano.

Prima visita al museo per i bigottoni ignoranti. Giusto per ricordare a tutti che tanto NOI ci siamo sempre stati ed amati… 😉

Visita Paestum, clikka qui!

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