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L’indulgenza del latte – Un progetto Carolina Reaper

L’indulgenza del latte è un progetto della compagnia teatrale Carolina Reaper. Essa nacque con altro nome a Milano, nel 2009, con lo spettacolo Abbandonare Didone. Dopo numerose repliche tra Lombardia e Veneto, questo vinse il primo premio della sezione “Under 35” al Next Generation Festival di Padova (2013). Nel 2015, la compagnia inscenò Madame Cyclette, storia di una corsa contro il tempo. Il nome “Carolina Reaper” è giunto dopo sette anni di attività.

Il primo studio de L’indulgenza del latte è stato rappresentato al Teatro Elfo Puccini di Milano, inaugurando la Milano Pride Week. Lo spettacolo compiuto debutterà nella stagione 2016/2017 di Campo Teatrale, sempre a Milano. L’indulgenza del latte è composto da “quadri” ambientati nel futuro prossimo e aventi per filo conduttore il tema dell’omofobia. Il regista di Carolina Reaper, Patrizio Luigi Belloli, è anche drammaturgo e direttore artistico. Ed ha accettato di rilasciare un’intervista per il nostro Progetto Blog.

 

 

  1. “Carolina Reaper”: come mai un nome così… piccante, per una compagnia teatrale?

Abbiamo pensato: sarebbe bello che l’anima della compagnia avesse un nome e un cognome, proprio come ciascuno dei suoi membri. E che quest’anima restituisse l’idea di una forza che si scatena, di un incendio. Potente, come il sapore del peperoncino più piccante al mondo: il “Carolina reaper”.

 2. L’indulgenza del latte: il titolo allude al cognome dell’attivista Harvey Milk (“Milk” = “latte”, appunto)?

Una vecchia canzone diceva “Bevete più latte”. Il latte è proteico. Se lo bevo divento grande, combatto e vinco. Ma quasi tutti siamo passati dal seno di una madre che ci ha nutriti. Quindi il latte è anche trasversale e ci ricorda che l’uomo non si sostiene da solo. Ecco che allora il latte instilla sì vigore, ma induce anche ad essere indulgenti.

Il titolo dello spettacolo si ricollega non casualmente al cognome e allo spirito di Harvey Milk: un inarrestabile attivismo politico, volto alla conquista dei diritti civili, e uno sguardo umanissimo al bisogno delle persone di essere felici.

 3. “Uno spettacolo intero. Materno. Cagliato. Parzialmente scremato. A lunga conservazione”. Così l’avete definito. Ciò spiega, in parte, il motivo di quel “latte” nel titolo. Avete scelto diverse epoche e diverse storie, da condensare nello stesso spettacolo. Esse sono però unite dal filo conduttore dell’omofobia. Quali diversi aspetti dell’omofobia avete colto, durante questo lavoro? E come si ricollegano alle caratteristiche del latte che avete citato?

Il nostro è uno spettacolo caleidoscopico e ha lo scopo di misurare i livelli di omofobia degli spettatori come si fa coi bambini quando hanno la febbre. Noi non ricorriamo ai gradi centigradi, ma a una pluralità di episodi, ambiti e sguardi dove l’omofobia come polvere si può annidare.

Anzitutto nel tentativo di limitare i diritti civili, di cui invece vogliamo mostrare la piena acquisizione. Nello spettacolo per esempio le unioni civili sono considerate qualcosa di sorpassato e le due ragazze lesbiche protagoniste del primo episodio si sposano in chiesa. Gli spettatori in questo caso sono chiamati a essere gli invitati alla cerimonia, durante la quale si rifletterà in maniera tragicomica sul significato dell’essere madre (latte materno).

Ma il latte ha una data di scadenza e arriva per molti, anche per gli estremisti anacronistici, il tempo di rendersene conto e smettere di condurre le famiglie ai raduni Family Day o alle silenti manifestazioni delle Sentinelle in Piedi. Forse trascorrere la domenica a fare hockey, all’Aprica, a teatro o semplicemente a casa sarebbe più costruttivo dell’armarsi di un’ostilità tanto gratuita quanto venefica (latte cagliato).

La banda di finti neonazisti vuole instaurare un nuovo regime (a lunga conservazione), ma sa che per ottenere la longevità di un progetto occorre un lavoro di controllo continuo, non abbassare mai la guardia, per schiacciare sul nascere i tentativi di insurrezione da parte dei neonazisti veri.

Va detto infine che lo spettacolo conosce due versioni: una parzialmente scremata, che prevede tre episodi recitati, e una intera, cui si aggiungono diversi cortometraggi.

 4. Nella presentazione in PDF del vostro spettacolo, parlate della voglia di tirare un pugno, per scardinare i pregiudizi sull’omosessualità. L’indulgenza del latte sostituisce questo pugno, scardina la realtà non con la forza bruta, ma col pensiero. Vuole indagare quali siano i margini di rivalsa contro l’omofobia, ma scartando vittimismo e sensazionalismo. L’arte al posto della violenza, fisica o pubblicitaria che sia… Qual è il rapporto tra creatività e brutalità? Sono antitetiche? O vengono dalla stessa radice? O entrambe le cose?

Il desiderio di “tirare un pugno” è nato nella nostra mente come intenzione naïve, ma spontanea. Ci siamo detti che non era il caso di negare tale spinta, che negarla ci avrebbe tolto potere e reso disonesti. Ma anche che la fantasia di sgominare a suon di cazzotti l’omofobia e i suoi tanti adepti, più che realizzata andava portata a un altro livello. E il teatro ci ha permesso addirittura di sublimarla, renderla costruttiva e fruibile da una collettività, individuare un messaggio contrario al dilagante vittimismo in cui si incappa quando si affrontano temi di questo tipo. L’intento è stato quello di evitare il facile quanto pericoloso effetto “siamo vittime” perché altro non fa che alimentare il numero dei carnefici. Secondo noi, ai colori dell’arcobaleno, la comunità LGBT dovrebbe aggiungere anche il bianco e il nero sulla propria bandiera. A chiudere un cerchio, a completare uno spettro. Forse è vero che una certa creatività è brutalità, ma dopotutto lo è anche il parto. Si tratta di due mondi che si incontrano e scontrano quando deve nascere qualcosa di importante.

5. L’ambientazione delle vostre storie è il futuro, quindi un ambito ipotetico e immaginario. Quanto del presente (e del passato) c’è nel vostro “futuro”?

Se penso al tempo che mi è stato sottratto quando mi facevano sentire inadeguato, nasce in me la voglia di recuperarlo immediatamente, di non perdere altro tempo.

Per questo nello spettacolo, anziché indugiare su ciò che è stato (certamente utile ma paralizzante se diventa l’oggetto prediletto dal nostro sguardo), mostriamo quello che per forza di cose accadrà in futuro. Perché nell’oggi in nuce già esiste già quello che ci spetta domani. E’ un vento che già ci accarezza.

Nell’ “Indulgenza del latte”, lo spettatore può così assistere al primo matrimonio lesbico religioso in Italia, che abbiamo collocato (ottimisticamente o meno è spunto di riflessione) nel 2022. Ma anche alla resa e all’esilio dal nostro Paese di chi ha combattuto strenuamente quanto invano contro le unioni civili e le adozioni omogenitoriali (2025). Attraverso la rappresentazione teatrale costruiamo e palesiamo un mondo privato di quelle istituzioni che tentano di conservare le discriminazioni facendone baluardo, terrorizzate dall’idea probabilmente inaccettabile (!) della libertà che avanza. Istituzioni destinate a crollare. E allora perché non assistere in prima fila a tale fragorosa caduta?

6. Nello spettacolo, “L’Indulgenza del Latte” è una finta banda di neonazisti, che vuole infiltrarsi in questo ambiente per scardinarlo dall’interno. Che significato ha questo nome? Quale programma sottende?

È una piccola banda di eroi non convenzionali, disposti a sacrificare tutto, la loro vita privata e, in maniera surreale, la loro stessa omosessualità pur di portare a termine un piano ai limiti della follia: spacciarsi per veri neonazisti, entrare nel loro sistema e distruggerlo dall’interno. Come fossero attori, dovranno recitare una parte e dovranno recitarla bene. Ne va della loro incolumità e della buona riuscita del progetto. Per tale ragione sceglieranno di abbandonare il loro passato e seguire un duro addestramento, che li priverà della loro identità, esteriore e interiore, e consentirà loro una mimesi pressoché totale “con il nemico”. Non vogliamo spoilerare l’esito del piano di questa atipica banda: possiamo dire che il loro percorso è anche quello dello spettatore, chiamato a guardare dentro lo stereotipo e ricavarne ciò che ritiene utile e ciò che reputa effimero.  

7. Il terzo episodio è “Last Family Day”: storia di una famiglia infelice che attribuisce la propria infelicità al contesto esterno, al fatto che vengano legalmente riconosciute anche famiglie diverse dalla loro. Secondo voi, dunque, il risentimento contro l’avanzata dei diritti civili e la paura del “gender” viene dal desiderio di trovare capri espiatori? E per cosa?

Secondo noi nasce da una doppia attitudine: l’invasione di campo e il vittimismo come conseguenza dell’invasione di campo.

Chi ha preso alla lettera il messaggio “fatti a immagine e somiglianza di Dio” forse si è accaparrato, oltre allo specchio, pure la toga che il giudice indossa quando condanna e ha pensato di avere tutto il diritto/dovere di creare un mondo dalla cifra conservatorista pigramente ma ferocemente tramandata nel corso delle generazioni. Come quei giuramenti fatti al capezzale che uno non si sente di tradire. Questa tendenza “legittimerebbe” un’invasione di campo, induce a entrare in ambiti che dovrebbero rimanere privati e liberissimi ancorché innocui, e a ravvisarne presunte minacce e i semi di chissà quale temibile caos. Quando poi viene a galla che non si può esportare e imporre un modus vivendi come si farebbe come un conio, ecco che l’invasione di campo si trasforma in una sorta di regressione, di chiusura e scatta la fase due: il vittimismo. Non a caso, ne “L’indulgenza del latte”, la famiglia che vuole lasciare l’Italia alla ricerca di un paese dove gli omosessuali non solo non possano sposarsi o essere genitori ma neppure esistere, sente esplodere le bombe sulla propria testa come fosse la Roma del ’43. Chi crede all’inferno e lo crede un possibile aldilà, è perché non lo vuole vedere nell’al di qua, più precisamente non è in grado di vederlo già dentro di sé.

Di questa famiglia noi vogliamo palesare il dramma senza facili ironie. Perché, oltre che ridicolo, è certamente drammatico non saper uscire da certe gabbie quando la porta non è nemmeno stata chiusa a chiave.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Stabat Mater – The Baby Walk

Dal 18 al 23 aprile ore 20.30 (domenica ore 18.30)

 

THE BABY WALK
IDEAZIONE Livia Ferracchiati
SCRITTO E DIRETTO DA Livia Ferracchiati
CON Chiara Leoncini, Alice Raffaelli, Stella Piccioni
E LA PARTECIPAZIONE VIDEO DI Laura Marinoni
DRAMATURG DI SCENA Greta Cappelletti
AIUTO REGIA Laura Dondi
PRODUZIONE Centro Teatrale MaMiMò e
Teatro Stabile dell’Umbria/Terni Festival
IN RESIDENZA A Campo Teatrale
in collaborazione con Residenza Artistica Multidisciplinare pressoCAOS – centro arti opificio siri a Terni

 
Stabat Mater indaga il tema delle relazioni intime e famigliari ed è, dopo Peter Pan guarda sotto le gonneil secondo capitolo della Trilogia sull’Identità che affronta il tema dell’identità di genere e, in particolare, racconta il transgenderismo maschile.
Quant’è difficile crescere? Quando si diventa adulti?
Cosa significa recidere il cordone ombelicale e farsi, a propria volta, potenziale genitore?
PROMO HARVEYMILK
Biglietto a € 10 anzichè € 20 prenotando a: biglietteria@campoteatrale.it

 

CONVIVIO – UNA CENA “DOPO” MA ANCORA “DENTRO” IL TEATRO 

Un’occasione per incontrare le compagnie ospiti dopo lo spettacolo, il direttore artistico del teatro Donato Nubile e altri ospiti per condividere domande e riflessioni intorno a un tavolo, ma anche per conoscersi e fare quattro chiacchere insieme ad altri spettatori.

 

QUANDO: Domenica 23 aprile dopo lo spettacolo (durata 90 minuti)
DOVE: A Campo Teatrale (via Casoretto, 41/a – 20131 Milano).
COSTO: Biglietto spettacolo + cena a buffet € 14
PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA:comunicazione@campoteatrale.it

Progetto co-finanziato da Fondazione Cariplo

Phoebe Zeitgeist appare a Milano – Intervista a Giuseppe Isgrò

Sono giovani, pieni di entusiasmo, di amore per il teatro e la cultura, e soprattutto molto, molto coraggiosi. Sono i ragazzi e le ragazze della compagnia PhoebeZeitgeistTeatro: un gruppo di circa dodici elementi che in questi anni hanno messo in scena una serie di spettacoli interessantissimi, occupandosi spesso di autori cari al mondo della cultura GLBT.

Ora sono alla fondazione Mudimia con “Phoebe Zeitgeist appare a Milano – performance e video-foto installazione teatrale abitabile” un complesso progetto basate su “Sangue sul collo del gatto” uno dei più singolari e interessanti lavori di R.W. Fassbinder.

Abbiamo incontrato Giuseppe Isgrò, regista, performer e uno dei fondatori di questa compagnia.

Ci parli un po’ di PhoebeZeitgeistTeatro?
La compagnia è nata circa 6 anni fa da me (Giuseppe Isgrò n.d.r.) , Francesca Frigoli attrice e artista visiva e Giovanni Isgrò che è mio fratello ed è responsabile tecnico e si occupa delle musiche, poi si è allargata negli anni. Adesso siamo in dodici fra cui Antnio Caronia, studioso di Ballard, fantascienza e filosofia e Francesca Marianna Consonni che è diventata la nostra curatrice e dramaturg.
Francesca si occupa anche di comunicare il nostro lavoro e di creare intersezioni con altri linguaggi, cosa che ci contraddistingue da quando siamo nati.

Perciò possiamo definirvi una compagnia teatrale “multimediale”?
No, assolutamente. Ci definiamo semplicemente contaminati, come il teatro dovrebbe essere nel suo specifico linguistico: il teatro è una confluenza di linguaggi. In Italia il nostro teatro è visto come qualcosa di strano mentre all’estero questi tipi di spettacoli sono più comuni.
Con il progetto Phoebe Zeitgeist appare a Milano abbiamo messo insieme diverse istituzioni, alcune di arte contemporanea come la fondazione Mudima, altre di teatro come l’Elfo Puccini oppure l’accademia di arte contemporanea  NABA (Nuova Accademia di Belle Arti Milano) o ancora la Cineteca di Milano che proprio in questi giorni dedicherà una rassegna di film a Fassbinder in parallelo con la nostra attività.  Altro partner fondamentale è stato Goethe-Institut Mailand, un organo di promozione culturale internazionale, che ringraziamo in particolar modo.
Phoebe Zeitgeist è un nome che nasce proprio da una sorta di discorso sull’esplosione del linguaggio e sull’afasia. Nel ‘71 Fassbinder analizza questi elementi nella commedia “sangue sul collo del gatto”: la storia di Phoebe Zeitgeist, un’aliena-sociologa che è stata mandata sulla terra per studiare il linguaggio umano; seduta su una poltrona in mezzo alle città bombardate del dopoguerra tedesco non riesce a capire il nostro linguaggio umano, non ne comprendere le parole sebbene ne impari i suoni e gli ripeta, scompone così il significato e il significante del linguaggio creando così qualcosa di nuovo.
Partendo da questo testo abbiamo fatto cinque performance in cinque differenti piazze (Piazza Santa Maria del Suffragio, Piazzale Cadorna, Piazza Aquileia, Piazza Oberdan, Pusterla di Sant’Ambrogio) e abbiamo provato a mettere in indagine questo discorso: cinque performer che “interpretavano” questo personaggio e lo sperimentavano nel reale. Ogni performer è rimasto in piazza quattro o cinque ore alla mercé dei passanti: seduto su una poltrona, come la Phoebe fassbinderiana, ha  incrociato e provocato lo sguardo delle persone, raccogliendone le reazioni. Noi con le nostre telecamere e macchine fotografiche nascoste abbiamo documentato il tutto e poi lo abbiamo rimontato il materiale in vari video che vanno dai 25 minuti fino all’ora e dieci. Video i cui sottotitoli sono costituiti dal diario che la curatrice Francesca Marianna Consonni ha scritto annotando gli accadimenti di tutto il loro svolgimento.
L’installazione si trova all’interno dell’opera La Quinta del Sordo – Das Haus des Tauben realizzata nel 1974 dal grande artista tedesco Wolf Vostell, in permanenza al piano interrato della Fondazione Mudima. Una piscina rivestita di piastrelle nere e circondata da 14 pannelli che riproducono scene di guerra e di pornografia, dotati ciascuno di un monitor sintonizzato su un diverso canale televisivo in una corrispondenza stretta e feroce tra immagine, immaginario, linguaggio, ambiente, cultura e storia. I monitor della nostra installazioni verranno inseriti proprio all’interno di questo ambiente.
La piscina diventerà anche il contesto nel quale verranno ospitate altre azioni fassbinderiane: alcuni attori, sia giovani che affermati, ci doneranno piccole pièce, letture e brevi interventi teatrali del grande regista tedesco.

Chi saranno gli attori che renderanno parte a questo progetto?
Martedì 12 giugno avremo Ferdinando Bruni, Ida Marinelli, e Elena Russo Arman,  mercoledì 13 Lorenzo Fontana e Elena Russo Arman, giovedì 14 giugno Francesca Frigoli, Giuseppe Isgrò e Alessandra Novaga, martedì 19 giugno Elena Russo Arman e Luca Toracca, mercoledì 20 giugno Elena Russo Arman e in fine mercoledì 21 giugno Ida Marinelli, Luca Torracca e Corinna Augustoni,

Avete un pubblico in testa preciso o state sperimentando anche da questo punto di vista?
Siamo curiosi di vedere come reagirà il pubblico, anche in questo stiamo sperimentando. Abbiamo appena portato “La giornata di una sognatrice” di Copi al teatro Out-Off e abbiamo avuto molti apprezzamenti dovuti anche al fatto che il pubblico che è intervenuto era molto eterogeneo.
Gli artisti visivi ci seguono molto e riceviamo sempre molta attenzione da parte di tutti canali di cultura omosessuale o queer perché trattiamo autori che interessano molto a quel mondo. Ma abbiamo anche un pubblico di studiosi e intellettuali: quando abbiamo lavorato su Ballard tutto il mondo della fantascienza e della musica elettronica ci ha seguito con interesse. Abbiamo lavorato su questo negli anni e cerchiamo di non dimenticarcene.

C’erano anche molti giovani a vedere Copi, non è così?
Certo! Dipende anche dal lavoro svolto nelle università e nelle accademie di belle arti. Io e Francesca Marianna abbiamo tenuto diversi incontri sia in statale sia alla NABA per esempio. Gli studenti hanno risposto bene e ci hanno seguito molto.

Copi è un autore molto complesso e difficile da portare in scena. Come hai trovato il tono, la giusta chiave giusta di lettura per quella rappresentazione?
In questo siamo stati fortunati perché avevamo quattro interpreti che sono subito entrati in sintonia con il lavoro. Un lavoro non sull’anti-naturalismo ma sull’irrealtà della situazione e dei toni recitativi, un lavoro sulla recitazione “a parte”, sulla recitazione fuori e dentro: un attimo prima hanno fatto la voce della doppiatrice di Joan Crawford l’attimo dopo eccedono nella recitazione melodrammatica anni 20.

Torniamo a  Phoebe Zeitgeist appare a Milano, tu sei il regista di tutta questa operazione?
Si regista e direttore artistico del gruppo. Ma in questo tipo di lavoro non è solo teatro ma un “opera”  molto più complessa. Il nostro lavoro coinvolge diversi linguaggi, non è ne una regia teatrale ne una regia cinematografica una regia di performance e d’installazione.

Grazie Giuseppe per l’intervista e ci vediamo alla fondazione Mudimia.
Grazie a te.

Insomma come avete potuto intuire anche dalle parole di Giuseppe questa è un progetto davvero interessante, un’occasione da non lasciarsi sfuggire per avvicinarsi (o riavvicinassi a seconda dei casi) al lavoro del geniale autore tedesco. Vi ricorodo che le performance sono alla Fondazione Mudima dal 12 al 24 giugno 2012 in via Tadino, 26.

PROGRAMMA DEGLI INTERVENTI

Martedì 12 giugno, ore 20.00:
Ferdinando Bruni, Ida Marinelli, Elena Russo Arman

Mercoledì 13 giugno, ore 19.00 / 19.45:
Lorenzo Fontana, Elena Russo Arman

Giovedì 14 giugno, ore 19.00 / 19.45:
PhoebeZeitgeistTeatro (Francesca Frigoli, Giuseppe Isgrò, Alessandra Novaga)

Martedì 19 giugno, ore 19.00 / 19.45:
Elena Russo Arman, Luca Toracca,

Mercoledì 20 giugno, ore 19.00 / 19.45:
Elena Russo Arman

Mercoledì 21 giugno, ore 19.00 / 19.45:
Ida Marinelli, Luca Torracca, Corinna Augustoni

L’accesso alle performance è libero ma regolato da una capienza massima di trentacinque persone; i singoli interventi hanno durata variabile, da un minimo di dieci a un massimo di trenta minuti.
L’accesso all’installazione è libero, dalle ore 16 alle ore 19.

Aspettando… un’idea di Visconti

Manca solo una settimana all’incontro su Visconti organizzato dal Milk assieme a Mauro Giori, dottore di ricerca in Storia delle arti visive e dello spettacolo presso l’Università di Pisa e autore del libro “Poetica e prassi della trasgressione in Luchino Visconti”.

Vi proponiamo oggi un paio di passaggi presi dall’introduzione del libro. Un’occasione per farvi un’idea di ciò che tratteremo, un vero e proprio “spuntino letterario” per stuzzicare la vostra curiosità in attesa dell’evento domenica prossima alle 17.00.


Fin dai suoi esordi, l’attività artistica di Luchino Visconti si svolge all’insegna dello scandalo, tra censure, sequestri, polemiche, quando non denunce e processi. […] risultato di una precisa ricerca, di un’intenzione sistematicamente ribadita, al punto da guidare e condizionare spesso la scelta dei progetti su cui lavorare, la forma da imprimere loro, l’interazione ricercata con gli spettatori, per tacere delle complicità che stanno alla base di molte relazioni professionali. […] Strumento privilegiato cui Visconti ricorre con frequenza per mettere a segno le sue provocazioni, lungo l’arco di tutta la sua carriera, è la sessualità. […] Il ricorso alla rappresentazione della sessualità, in forme spesso inedite per i cinematografi e i palcoscenici italiani, risponde quindi a una radicata esigenza di espressione e si intreccia in modi estremamente articolati con l’impegno politico […] e con i mutevoli contesti culturali in cui le opere di Visconti si trovano ad agire.
[…] Si sono dunque selezionati alcuni casi di studio, mettendo a fuoco tre momenti del percorso di Visconti che conducono a elaborazioni particolarmente trasgressive (o che, quanto meno, sono state recepite in questi termini). Il primo coincide con gli esordi del regista e comprende un lungo apprendistato; il primo film, Ossessione, che porta al culmine una ricerca in corso, ma anche le tensioni con i collaboratori politicamente più impegnati, che non comprendono appieno il lavoro del regista; e i primi allestimenti di prosa, che sanno approfittare del breve vuoto legislativo successivo alla caduta del regime.
Il secondo è legato a un prolungato interesse per Tennessee Williams e il suo lavoro, particolarmente nei primi anni Cinquanta, e coinvolge tanto il teatro quanto il cinema: si cercherà infatti di ricostruirne le ripercussioni su Senso.

Il terzo periodo si configura tra la fine del decennio e l’inizio di quello seguente e trova un nuovo complice in Giovanni Testori: ne derivano Rocco e i suoi fratelli, L’Arialda e lo scontro più violento tra il regista e il potere, da cui hanno origine anche alcune provocazioni satellitari, fra cui Il lavoro. Dopo questo squisito elzeviro, la componente trasgressiva della poetica viscon- tiana non viene meno; cambiano però sostanzialmente le prassi cui dà luogo, in funzione di un diverso contesto, che pone sfide più articolate.


Un’idea di Visconti – 05 febbraio 2012 17:00

Milk Milano presenta – 05 febbraio 2012 17:00

Un’idea di Visconti 

Poetica, trasgressione e cultural studies

Con Mauro Giori dottore di ricerca in Storia delle arti visive e dello spettacolo presso l’Università di Pisa e autore del libro “Poetica e prassi della trasgressione in Luchino Visconti” ed. Libraccio

Seguirà piccolo rinfresco
Milk c/o Il Guado
via Soperga 36 Milano 
Ingresso libero con tessera MILK
info 393 9573094

No alla censura. Pasolini per le strade.

Unendosi all’ondata di indignazione sollevata dal tentativo di censura morale da parte dell’Assessore alla Cultura della Provincia di Milano, Novo Umberto Maerna, nei confronti delle rappresentazioni di Orgia di Pierpaolo Pasolini, Trilogia del benessere e Chicago Boys di Renato Sarti programmate all’interno del ciclo Invito a teatro, censura giustificata definendo tali opere “diseducative”, “sconvenienti” e non rappresentabili in quanto, nel caso di Pasolini, toccherebbero “temi scabrosi come l’omosessualità”, il Circolo di Cultura Omosessuale Harvey Milk intende esprimere il proprio sdegno e il proprio totale appoggio ai progetti di protesta e lavoro culturale ideati e promossi dall’attrice milanese Maddalena Balsamo.

Troviamo assolutamente sconcertante l’operazione di stampo intimidatorio condotta nei confronti degli artisti e degli organizzatori: non esiste alcuna ragione per cui un prodotto artistico possa essere giudicato dal punto di vista etico, e, inoltre, sosteniamo che l’Assessore non possa arrogarsi il diritto di far pesare sui teatri le proprie eventuali valutazioni moralistiche, poiché tale modo di agire risulta lesivo non solo della dignità professionale ed artistica degli autori, dei teatri e degli attori, ma anche della libertà di scelta del pubblico. Riteniamo quindi il comportamento dell’Assessore Maerna un abuso di potere, oltre che una minaccia alla autonomia della cultura e al diritto dei cittadini milanesi di valutare in prima persona cosa sia “educativo” e cosa no. Leggi il resto di questo articolo »

AAA teatro omosessuale cercasi. Libero Amore Possibile, grazie.

Il Teatro Libero di Milano è alla ricerca di spettacoli da inserire nella IV Rassegna di teatro omosessuale Liberi Amori Possibili, che si terrà dal 3 all’11 maggio 2010. Poteva Milk Milano non aiutarlo anche quest’anno? AAA Libero Amore Possibile Omosessuale cercasi!

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