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Chi era Deborah Lambillotte? Intervista con Paolo Rumi

Il 4 marzo, è caduto il genetliaco di Deborah Lambillotte (4 marzo 1954 – 28 luglio 2016), una figura centrale per le rivendicazioni sociali delle persone transgender. Di origine belga ed ebraica, ha fondato in Italia Arcitrans (1998) ed è stata la prima socia transgender del circolo Arcilesbica Zami di Milano. Per approfondire la sua figura, abbiamo deciso di parlarne con un suo grande amico, il copywriter e direttore creativo Paolo Rumi.

1. In che occasione hai conosciuto Deborah?
Potrei dire di essere stato un amico di famiglia. Ho conosciuto Debbie quand’era ancora Philippe, ossia un uomo felicemente sposato. Era amica di alcuni tra i miei migliori amici e fu proprio una serata con loro in discoteca, la Nuova Idea, a far scattare in lei la decisione di non nascondersi più e far partire il percorso che portò poi alla riassegnazione di genere. Vide –ancora da uomo- che non era l’unica a vivere quella realtà e avere quel problema!
Devo dire però che non mi fece immediatamente effetto in quel periodo, forse perché avvertivo un dissidio o qualcosa che “non funzionava” in lei.
Fui piuttosto a far colpo su lei e, per la chimica che si sviluppa tra esseri umani, fu lei a scegliere poi me e il mio compagno come sparring partner e amici di fiducia durante tutto il suo periodo di transizione.
Questo fu per noi un onore e siamo diventati amici di famiglia, anzi: la sua famiglia.
Vengo da una generazione che ha fatto propri i temi della liberazione sessuale e, oltre ad un compagno stabile da 30 anni, avere amiche intime lesbiche o addirittura una donna trans era uno dei desideri più grandi della mia vita. Realizzato grazie alla mitica Deborah.

2. Come mai lei teneva tanto a sottolineare le proprie origini ebraiche?

Credo fosse tutt’uno col suo carattere inclusivo, con la carica di energia e l’interesse a porsi domande nella vita tipico della cultura ebraica, specie se progressista (l’interpretazione critica è un’attitudine fondamentale di quella cultura). Prima di conoscere sua moglie, Deborah visse anche in Israele, lavorando in un kibbutz. Del resto, Deborah non sottolineava solo le origini ebraiche, ma tutta la parte di sé che aveva a che vedere con l’intelligenza e l’analisi della realtà in modo problematico e pragmatico.
Ad esempio, teneva sempre a sottolineare come lei non fosse “di sinistra”, bensì liberale, ossia di destra e progressista insieme, concetto e posizione poco comprensibili per la mentalità italiana, dove la destra politica o la fede religiosa coincidono con oscurantismo.
A proposito del suo essere ebrea, c’è un interessante aneddoto. Quando andò in sinagoga, una volta il rabbino le chiese, rivolgendosi a lei come Deborah, come mai da molto tempo la vedesse poco. Lei rispose. “…e dove dovrei mettermi? Sulle scale?” (In sinagoga, i maschi e le femmine sono separati). Con una risata benevola, da quel giorno Deborah poté andare con le donne.
3. Deborah fu un architetto di successo. Si sa che il lavoro è un punto importante (e dolente) nella vita delle persone transgender. Spesso, non trovando accettazione sociale, le donne mtf si danno alla prostituzione, dove sono trattate con particolare disprezzo da clienti e compagni. (Di questo tratta anche il romanzo autobiografico di Monica Romano, Trans. Storie di ragazze XY, uscito per i tipi di Mursia). Deborah dovette affrontare particolari difficoltà, per mantenere la professione “diurna” in cui eccelleva? Dedicarsi a un lavoro altamente qualificato e lontano dal marciapiede fu anche una rivendicazione sociale, per lei?

Deborah sapeva fare molte cose. È stata anche cuoco –per esempio- e mi ha insegnato piccole accortezze nordiche in cucina. Le sue cene del Sabato Sera a casa sua, prima di andare alla Nuova Idea nel periodo di transizione, sono indimenticabili.
Deborah, però, ha avuto seri problemi con il lavoro a seguito della sua decisione. quando iniziò il percorso con cure e trattamento ormonale (in età decisamente avanzata, 46 anni!). Dai suoi soci in uno studio grafico e di servizi per l’editoria, ebbe garanzia che nulla sarebbe cambiato.
Al contrario, quando tornò, le fu impedito di proseguire il contatto diretto con i clienti finali, con la scusa che si sarebbero imbarazzati a vedere un cambiamento così rilevante “a mezza strada”. Questo la spinse a lasciare il lavoro, addolorata e umiliata. In quel momento critico, l’abbiamo aiutata un po’ noi amici e in seguito, tornata in Belgio, la famiglia.
Poté così provvedere alla sua vita diversamente, ricoprendo anche ruoli pubblici di responsabilità notevole (CoPresidente dell’ILGA).

4. Donna transgender e lesbica, un tempo ammogliata. Ecco un altro tratto della personalità di Deborah che esce dallo stereotipo della “trans”. E da quello della lesbica, anche. Quanto dovette lottare per far riconoscere la propria singolarità, non solo nella società, ma nel mondo dell’attivismo?


È stato difficile, eccome! Sentimentalmente, nel primo periodo, Deborah tentò anche relazioni con uomini, provando poi delusione per l’incapacità maschile di andare oltre l’aspetto strettamente sessuale.
Sul piano pubblico, atteggiamenti d’incomprensione o mancanza di stima non mancarono certamente. Ma Deborah riuscì a superarli e dribblarli con la sua grande preparazione, la sua cultura e quel senso profondo di umanità che la distingueva.
5. Fu la prima socia transgender di Arcilesbica Zami di Milano: questo si ricollega alla domanda precedente. A volte, le donne lesbiche faticano ad accettare le mtf come “alcune di loro”, per via di quel cromosoma Y. Una matura donna transgender con cui ho interagito mi ha detto, testualmente: “Siccome non ho la vagina, le lesbiche non mi vogliono nemmeno conoscere” (a scopo di appuntamento galante). Anche Deborah incontrò questo tipo di barriera?
Anche le donne lesbiche la rifiutarono e questo diventò per lei uno specifico punto distintivo di battaglia. Una volta, fu rifiutata a me e al mio compagno l’entrata ad un circolo lesbico (il Recycle, se ricordo bene), in occasione della presentazione di un libro di Maria Nadotti. Bene, lei e Maria ci difesero e avrebbero fatto saltare la presentazione, se non avessero permesso a noi uomini “aperti” di partecipare.
In compenso, ricordo Deborah ballare il valzer nella sala del ballo liscio della Nuova Idea con la mia amica Rosamaria, che la trovò bravissima nel ballo.
 6. La Lambillotte volle mantenere il grado che le era stato riconosciuto nell’esercito belga, anche dopo la rettifica di nome e genere sui documenti. Insomma, rifiutò di estraniarsi dalla società e volle che i suoi meriti fossero riconosciuti in tutti i campi in cui li aveva guadagnati. Cosa può dire il suo esempio alle persone queer tentate di isolarsi da una società nei cui schemi non si riconoscono? E alle donne? Ricordiamo che la carriera militare è stata uno dei campi più refrattari all’inclusione del genere femminile…

Credo che Deborah abbia insegnato molto a tutti. Fu anche Presidente di ArciGay in un periodo molto litigioso e burrascoso per quell’associazione, fungendo così da paciere e aiutando posizioni e comportamenti più moderati e invitando a stemperare ire e atteggiamenti polemici inutili, chissà… Forse, proprio grazie a quel suo passato militare.
Mi ricordo anche di un altro particolare legato alla sua natura battagliera.  Come Presidente di ArciGay, o semplicemente per andare a ballare, una sera le fu vietato l’ingresso alla discoteca One Way, in quanto “donna”. Questo la offese o, meglio, la fece imbufalire.
Qualche mese dopo, quando la Polizia fece irruzione a metà della notte al One Way –allora circolo Arci- e sorprese uomini nel corso di rapporti sessuali, la chiamarono subito. e lei rispose gelida: «Me ne occuperò domani mattina».
Deborah aveva una luce interiore fortissima, dedicata al rispetto di sé e degli altri. Ha insegnato anche a me ad essere me stesso e a “vedermi” in modo corretto. Imparare a distinguere, in me e negli altr*, tra sesso, genere e orientamento è stato il regalo più grande che mi ha fatto. 

7. Ai tempi in cui Deborah era giovane, il suo modo di vivere la condizione di transgender era tutt’altro che scontato. Come riuscì a rifiutare di nascondersi? E oggi le cose sono più facili, per le mtf che vogliono vivere “di giorno”?

Quand’ho conosciuto Deborah, era apparentemente uomo, come ti dicevo prima. La cosa più bella ed affascinante è stato seguire tutto il cambiamento –fisico e di carattere- avvenuto in lei. Aveva una particolarità assoluta come donna: già per imponenza e presenza non passava certo inosservata. Se a questo si univano, poi, il suo senso dello humour pragmatico e dissacratorio e la sua umanità determinata ad abbattere ingiustizie e barriere, il risultato era insuperabile: la mia amata Deborah.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

 

#LottoMarzo: non una di meno

Per l’8 marzo 2017, “Non una di meno” ha ricordato l’originario significato di lotta della Giornata internazionale della donna. La ricorrenza “prende vita dagli scioperi delle operaie che dai primi del Novecento in tutto il mondo animarono le lotte per i loro diritti violati di persone e lavoratrici”, si legge sul sito del movimento.

Così, oggi come ieri, “Non una di meno” ha invitato allo sciopero generale delle donne. Si tratta di un’iniziativa nazionale partita dal collettivo argentino “Ni Una Menos”. I due movimenti hanno in comune l’attenzione alle questioni del femminicidio e della violenza di genere nelle sue varie forme.

L’8 marzo (impropriamente detto Festa della donna) è una ricorrenza che ricorda sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia le violenze e le discriminazioni su base sessuale. Un primo “Woman’s Day” si ebbe il 3 maggio 1908 a Chicago: data del congresso del locale Partito socialista, dedicato alle condizioni delle operaie nei luoghi di lavoro e al diritto di voto delle donne.

Da quello, si originò la Giornata della donna (23 febbraio 1909). Il 22 novembre, a New York, scioperarono ventimila camiciaie, fino al 15 febbraio 1910. In Germania, Austria, Svizzera e Danimarca, la prima Giornata della donna si tenne il 19 marzo 1911. La data fu scelta dal Segretariato internazionale delle donne socialiste perché anniversario delle promesse fatte dal re di Prussia nel 1848: fra cui, il diritto di voto alle donne.

In Francia, invece, il 18 marzo 1911 era il quarantennale della Comune di Parigi. In Russia, la prima Giornata si tenne a San Pietroburgo il 3 marzo 1913, su iniziativa del Partito bolscevico. Nella stessa città, l’8 marzo 1917, le donne guidarono una manifestazione che chiedeva la fine della guerra. Questa la ragione della ricorrenza, che in Italia fu adottata nel 1922, per iniziativa del Partito comunista.

Il 4 e il 5 febbraio 2017, si è tenuta l’assemblea nazionale di “Non una di meno”, nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna. I tavoli tematici erano otto: lavoro e welfare, femminismo migrante, diritto alla salute sessuale e riproduttiva, educare alle differenze, percorsi di fuoruscita dalla violenza, sessismo nei movimenti, narrazioni della violenza attraverso i media, piano legislativo e giuridico.

Per quanto riguarda la situazione attuale in Italia, il bilancio di “Non una di meno” è negativo. Il suo piano contro la violenza si contrappone a quello varato nel 2015, che parifica i Centri antiviolenza agli altri servizi privati ed è volto a “prendere in carico” le donne, più che a rafforzarle. Altre questioni scottanti riguardano abortomaternità e lavoroomotransfobia.

Al calo di welfare e tutela del lavoro, corrisponde (secondo il movimento) un aumento di incombenze per le donne, che sostituirebbero (col proprio lavoro di cura) politiche sociali assenti. “Non una di meno” ricorda anche l’obiezione di coscienza esercitata dai ginecologi antiabortisti, per motivazioni non sempre ideali. Sono evidenti anche richiami contro le politiche di Donald Trump in materia di migrazioni. 

La chiamata allo sciopero di “Non una di meno”  include una sorta di appello di coloro che mancano, perché scomparse o assassinate. Fra loro, ci sono “le lesbiche e le transessuali assassinate da crimini di odio.” Un caso che dimostra come le istanze LGBT possano incontrarsi con quelle femministe e con quelle dei lavoratori.

 

Testi a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Transgender. Le sessualità disobbedienti: intervista all’autore Gianfranco Meneo

Gianfranco Meneo è l’autore di “Transgender. Le sessualità disobbedienti”. Un saggio che parla della storia di Luana e Marco. Luana suona a Roma e convive con la sua compagna. Marco è sposato e suona nell’Orchestra della Diocesi di Lecce. Marco e Luana non sono due persone, ma la stessa. Un’occasione per parla di transessualità, di identità di genere, in un ambito, soprattutto quello italiano, in cui ancora prevale il modello stereotipato eterossessista. Mario Mieli affermava che la fase trasnessuale è in tutti noi alla nascita: la parte femminile e la parte maschile. Ne abbiamo parlato con l’autore, Gianfranco.

Pensiamo al titolo del tuo saggio: “Transgender. Le sessualità disobbedienti”. Che significato assume questa frase e soprattutto disobbedienti da cosa e rispetto a cosa?
Il titolo “le sessualità disobbedienti” è in realtà il vero titolo del libro. Esprime il senso di quelle istanze, di quelle forme, dei desideri che s’infrangono oltre la concezione eterosessista ed eterodominante. Transgender indica il punto di partenza che è l’intervista che orienta il testo ma anche indica il mutamento che attraversa il medesimo lavoro ma soprattutto colui che lo ha redatto, pensato e vissuto, a tratti consumato.

Sei gay, sei di Foggia, sei in un contesto che definisci ancora soggetto a discriminazioni e intolleranze: perchè hai deciso di scrivere un libro che parta dalla condizione transgender e non direttamente dalla tua, che hai vissuto più direttamente?
Il libro non affronta solo la questione transgender ma il più ampio spettro delle rivendicazioni gay, lesbiche e trans… il libro è un viaggio e nelle sue tappe tocca il mio mutamento da spettatore a protagonista attivo, da critico di uno stato di fatti a protagonista della decostruzione di un luogo omofobo, dove vivo, in luogo dove puoi credere di poter esistere seppur tra mille difficoltà… è la forza del transito del mutamento della paura in voglia di fare e realizzare. Ho scoperto che anche la mia città è meno ostile (in realtà è sempre uguale, sono io che con orgoglio manifesto il mio essere) di quello che sembra. Attenzione il senso di soffocamento è enorme ma quella cappa non ti schiaccia più perché speri di poterla dissolvere. Utopia, forse… speranza sicuramente… realtà lo dirà il tempo.

Che cosa ha apportato l’inchiesta che hai condotto sulle “sessualità disobbedienti”? Ossia che cosa è questo mondo e in che cosa consiste?
Oggi, mi guardo attorno e vedo un anno particolare, difficile, complicato… vedo e annuso la presenza di una sovraesposizione di una parte del mondo trans che non vuole apparire per quello che è ma divenire il veicolo di ciò che l’orribile carrozzone mediatico ci vuole indurre a credere… corpi ostentati, abbondanti, privi di riscontro con storie banali dove il dolore non emerge perché non conviene al conduttore televisivo o giornalista che usa quei corpi come mezzi di attacco e di offensiva per colpire l’avversario di turno o il politico che in quel momento deve essere distrutto… mi piace, invece, pensare alle attività di Marcella Di Folco, al MIT e a tanti esponenti del mondo trans che rendono l’idea dell’umanità che li circonda. Non sempre è così perché le storie pulite e produttive non contribuiscono a mantenere attaccati alla sedia spettatori viziosi ed anche un po’ guardoni.

Esiste un movimento transgender?
Oggi, mi guardo attorno e vedo un anno particolare, difficile, complicato… vedo e annuso la presenza di una sovraesposizione di una parte del mondo trans che non vuole apparire per quello che è ma divenire il veicolo di ciò che l’orribile carrozzone mediatico ci vuole indurre a credere… corpi ostentati, abbondanti, privi di riscontro con storie banali dove il dolore non emerge perché non conviene al conduttore televisivo o giornalista che usa quei corpi come mezzi di attacco e di offensiva per colpire l’avversario di turno o il politico che in quel momento deve essere distrutto… mi piace, invece, pensare alle attività di Marcella Di Folco, al MIT e a tanti esponenti del mondo trans che rendono l’idea dell’umanità che li circonda. Non sempre è così perché le storie pulite e produttive non contribuiscono a mantenere attaccati alla sedia spettatori viziosi ed anche un po’ guardoni.

Si parte dal presupposto che esista una visione eterosessista della società, che si basa sul concetto che l’eterosessualità sia condizione naturale. Come può questo concetto condizionare i rapporti sociali e culturali?
Da sempre, anche grazie all’influenza della presenza della Chiesa Cattolica, si è voluto scambiare la fase della procreazione con quella standardizzata per la vita di società. Tutta la nostra esistenza si basa su un mondo esclusivamente declinato al rapporto uomo-donna. Non ci sono varianti o situazioni alternative. In pratica possono essere tollerate altre forme ma la visione eterosessista guarderà sempre con forme di predominio il proprio territorio. Non dimentichiamo che tutte le forme di parentela, affinità sono strutturate sulla forma del rapporto uomo-donna. Una convenzione, allora, è divenuta una imposizione naturale imponendo u tipo di convivenza anche dopo l’atto di riproduzione. Bisognerebbe ampliare la scelta offerta alla comunità lgbt di manifestare sé stessi e per farlo bisogna scardinare tutte le convenzioni di cui sono pieni i testi normativi. Questa nebulosa, invece, serve proprio a consolidare che la società si fonda su uomo e donna che vivono insieme, procreano e costruiscono una società fondata a loro immagine. In un quadro del genere diventare discriminati non è un’operazione complessa.

Come è possibile arrivare a considerare finalmente che “l’eterosessualità non è normale, è solo comune”, come diceva Derek Jarman? Come poter cambiare il presupposto della predominanza eterosessuale, che crea esclusioni e discriminazioni?
Sarebbe opportuno rifondare le basi dell’educazione. Se insegnassimo ad amare senza dare forma convenzionale forse si potrebbe costruire una società diversa. Se cogliessimo l’aspetto della convivenza fin da piccoli comprenderemmo dell’inutilità di ogni forma di imposizione che vuole due sessi diversi come modelli dominanti. Questo non avviene ed anzi, spesso, tra le aule di scuola molti docenti sostengono, giocando sul loro ruolo pedagogico, di considerare anormali certe vicende personali, anzi alcuni vanno oltre definendole “malattie”. E lo fanno, quasi sempre, ignorando il danno che provocano da educatori nel demonizzare quella che è una condizione naturale mentre come dei televenditori di pentole consumano si scagliano contro tutto ciò che non comprendono come una missione di guerra.

Parli nella presentazione del saggio di tappa di un percorso che porti al ripensamento laico dell’agire politico del nostro Paese, soprattutto difronte a un giornalismo che infanga e che risponde alle logiche di dominio mediatico: che cosa intendi?
Il giornalismo utilizza la sessualità delle persone come merce da usare in cambio di risultati più o meno appetibili. Si attacca il personaggio pubblico ridicolizzandolo per le sue scelte, denudandolo, colpendolo col cilicio religioso per poi finirlo con la condanna della mancanza del senso familiare. Lo si fa soprattutto per le frequentazioni col mondo trans. Nel caso del mondo gay si utilizzano doppi sensi, battute lascive e steccate pederaste. La lesbica, invece, viene solitamente ignorata. Il divertimento maggiore sta nell’angosciante perdita della vitalità figlia dell’inquieta descrizione del “Bellantonio” di Vitaliano Brancati. Come sarebbe più semplice se non fossimo all’ombra del potere vaticano, se fossimo liberi di non vedere consacrata nella benedizione di Dio un semplice atto sessuale che può avere mille varianti e non per questo essere meno bello o profondo. I corpi sono liberi quando si amano spontaneamente.

Esiste una possibilità di riscatto sociale e culturale di un “movimento politico/culturale che propone una visione dei sessi e dei generi fluida”, partendo anche dalla storia narrata di Marco e Luana, stessa persona che vuole vivere con dignità la sua identità di genere?
Il riscatto politico/culturale può avvenire solo superando la visione del corpo normato al maschile o al femminile, per creare un diritto fluido che attribuisca diritti e doveri sulla base dell’esistenza senza legarli all’appartenenza di un sesso piuttosto che un altro. Non è semplice ma sicuramente fattibile. La perdita dei genitali che contraddistingue la carta d’identità potrebbe rendere i diritti calabili su realtà neutre che non devono essere più scisse in categorie.

A chi ti sei rivolto maggiormente nello scrivere il libro ed esiste un target prevalente di lettori?
Mi sono rivolto essenzialmente a tutti coloro che soffrono, alle persone che non riescono a dire nemmeno a se stessi ciò che provano. Ho pensato a chi non è disobbediente e si conforma alla norma che lo piega pur non condividendola, ho pensato a chi è privo di luce perché non può permettersi di attirare sguardi su se stesso. Ecco ho pensato a chi è anonimo, non per scelta ma per paura di prendere un’identità che teme. Il target di lettori nella prime parti è molto variegato la seconda parte è più tecnica, va letta respirando l’aria innovatrice portata dagli ospiti che hanno raccontato.

MUORE MARCELLA DI FOLCO

E’ morta stamane, all’età di 67 anni, Marcella Di Folco, storica e carismatica figura del mondo GLBT italiano, presidente del Movimento Identità Transessuale.

Ci uniamo al cordoglio di tutta la realtà GLBT e della città di Bologna (che la vide consigliera comunale). Ci stringiamo in un profondo abbraccio al dolore di amici, parenti e di tutte le persone che in lei e nel MIT hanno trovato un punto di riferimento importante.

Si dicono spesso molte cose inutili quando una persona così carismatica scompare… Ci limitiamo a quanto crediamo essenziale, rivolgendoci al suo ricordo: GRAZIE MARCELLA, NON MOLLEREMO LA LOTTA E NON DIMENTICHEREMO QUANTO HAI INSEGNATO CON LA TUA COSTANTE PRESENZA AL MOVIMENTO.

Nasce lo sportello Trans di ALA

Presentiamouna intervista a Antonia Monopoli, nostra volontaria per il progetto “Ronde del té” e autrice del Tramsizionario. Antonia lavora come operatrice pari di ALA Milano onlus, in merito all’esperienza dello Sportello Trans ALA Milano Onlus: gli obbiettivi raggiunti, quelli futuri, e la lotta contro la discriminazione e la transfobia.

Come hai conosciuto ALA?

Sono venuta a conoscenza di ALA Milano Onlus nell´anno 2005, quando facevo la volontaria presso la loro unità mobile di strada. ALA nasce come associazione laica per la lotta all´HIV, ma oggi lavora anche su progetti contro le tossico e alcol dipendenze facendo azioni di prevenzione nelle scuole e nei locali, ed è impegnata sul tema della prostituzione, e in particolare sulla prostituzione delle persone transessuali. In quel periodo io collaboravo con l’associazione “Crisalide Azione Trans” e nel 2006 ho partecipato al progetto “Transiti” facendo un periodo di formazione e stage come Operatrice Pari, in quanto Trans e in quanto ex prostituta, stage presso ALA Milano Onlus e presso l´Ospedale Niguarda affiancando il dott. Maurizio Bini.

Come è nata l´idea di uno sportello trans?

A gennaio 2009 mi è venuta l´idea di offrire un servizio più ampio e completo di quello che offriva Crisalide Azione Trans e mi sono rivolta ad ALA e, dopo un primo incontro, abbiamo pensato di creare insieme uno Sportello Trans cercando di valorizzare le nostre esperienze precedenti. Leggi il resto di questo articolo »

Alex, trans FtM e gay: storia di uno di noi.

Care amiche e cari amici, come sapete Milk Milano vuole far conoscere a 360° la realtà GLBT, partendo dalla visibilità e dal racconto diretto dei propri vissuti da parte dei soci e dei simpatizzanti. Come portavoce sono felicissimo di sottolineare come da circa un anno la presenza trans (nelle sue varie accezioni) stia arricchendo il percorso della nostra associazione in modo molto costruttivo. Oggi vogliamo lanciare in rete un altro sasso, che apra discussione e faccia conoscere una realtà: come sapeta, definirsi trans significa esprimere un percorso verso un genere di elezione differente da quello biologico (sono nato fisicamente donna, ma il mio genere di elezione è maschile… e viceversa), e nulla ha a che vedere con l’orientamento sessuale. E’ quindi normale incontrare persone trans etero o omosessuali… scopriamo insieme questa realtà attraverso questa lunga intervista che racconta l’esperienza personale del nostro Alex, trans FtM (da femminile a maschile) e gay. Ovviamente quella di Alex è la sua storia, unica e irripetibile, ma siamo convinti che essa sia esemplare per molti e che molti possano riconoscervisi. L’intervista è stata realizzata dal nostro socio Nathan. Buona lettura, Ste

1) Quando hai scoperto che la tua identità di genere era maschile? E quando lo hai accettato?

Non ho scoperto la mia identità da un giorno all’altro, chiaramente. Credo che per nessuna persona transessuale questo sia possibile! Credo semplicemente di aver sempre allontanato questa possibilità, perché non fa parte della cultura in cui sono cresciuto sapere e accettare serenamente che esista anche questa realtà.  La cosa che mi ha praticamente sempre accompagnato è stato più un senso di disagio, vergogna e non appartenenza in generale; con la pubertà si è concretizzato di più in un senso di repulsione verso il corpo, la sessualità e il riconoscermi nel genere femminile. Spesso mi trovavo a chiedermi perché non fossi maschio, ma il fatto di sentirmi attratto da altri maschi è stato a lungo un deterrente molto forte al riconoscere un problema di identità di genere. Leggi il resto di questo articolo »

Transizionario: Prostituzione 2

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Carissimi e carissime! Come vi avevo promesso nel post precedente sulla prostituzione, ecco la continuazione del mio articolo: la definizione della prostituzione.

La prostituzione può essere classificata in ampi gruppi, ognuno con le proprie specificità e modalità di esercizio, a seconda del genere o orientamento sessuale di chi offre il servizio o a seconda del servizio offerto. Si hanno dunque la prostituzione femminile, la prostituzione maschile e la prostituzione transessuale. Leggi il resto di questo articolo »

Il Milk a “L’Amore Spiazza”

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Finalmente domani il Coordinamento Arcobaleno (che unisce le realtà glbt milnesi e provinciali) scenderà in piazza per la tanto attesa manifestazione magentina L’Amore Spiazza. Leggi il resto di questo articolo »

Transizionario: Prostituzione

PROSTITUTION-ARRETECare e cari lettori, in questo nuovo appuntamento con il transizionario vorrei iniziare a parlarvi della Prostituzione, che  nella storia e nella vita di una Transessuale, ieri come oggi, può essere una scelta forzata e presente.

Nel post precedente a questo ho accennato allo “stigma sociale verso le transessuali MtF (…) tale da rendere difficile l’inserimento lavorativo delle stesse. Se a questo si aggiunge che spesso le famiglie ripudiano il figlio diventata figlia transessuale e i costi della transizione, diventa evidente una spinta della stessa società affinché la transessuale si dedichi alla prostituzione per sopravvivere”.

Con il termine prostituzione si indica l’attività di chi offre prestazioni sessuali, dietro pagamento di un corrispettivo in denaro. L’attività, fornita da persone di qualsiasi orientamento sessuale, può avere carattere autonomo, professionale, abituale o saltuario. L’uso del termine non è univoco e a seconda del Paese, del periodo storico o del contesto socio-culturale può includere qualsiasi atto sessuale e qualsiasi tipo di compenso (anche non in denaro) o indicare, moralisticamente ed erroneamente, coloro che intrattengono atti sessuali fuori dal matrimonio, o uno stile di vita simile a coloro che offrono le prestazioni o chi intrattiene atti sessuali disapprovati. Può indicare anche un comportamento zelante più del dovuto nei confronti di un superiore, finalizzato all’ottenimento di gratifiche lavorative o economiche. Leggi il resto di questo articolo »

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