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Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…

Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay. Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.


LA CANZONE PIU’ BELLA
(Alice)
Falsi allarmi – 1983

Ho amato da sempre Alice, sin da quando, agli inizi degli anni 70, cantava col suo vero nome, Carla Bissi. A dieci anni consumai il suo secondo singolo “La festa mia”, scritta da Franco Califano e col quale vinse la Gondola d’Argento a Venezia.
L’ho amata ancora di più nel 1975 quando, prodotta da Giancarlo Lucariello, tornò sulle scene col nome d’arte Alice Visconti e un concept-album intitolato “La mia poca grande età”, dalla copertina alla David Hamilton e undici bellissime canzoni scritte da Stefano d’Orazio dei Pooh.
Seguirono due singoli indimenticabili, “Piccola anima” e “Un’isola”, scritti dalla più grande paroliera italiana (Carla Vistarini, autrice dell’indimenticabile “La voglia di sognare” di Ornella Vanoni) e un LP “Cosa resta… un fiore”, non all’altezza del suo predecessore.
Nessuno di questi dischi portò all’attenzione del grande pubblico il talento di questa bravissima (e bellissima) cantante di Forlì.
Così Alice sparì per due anni, cambiò casa discografica e si affidò alle cure di un cantautore italiano che, fino a quel momento, si era divertito a fare musica sperimentale.
Tale cantautore si chiamava Franco Battiato e porto la cantante a vincere Sanremo nel 1981 con “Per Elisa”. Ma il capolavoro della coppia fu “I treni di Tozeur” che, presentata all’Eurofestival 1984, arrivò solo quinta ma scrisse una grande pagina della musica italiana.

Nel 1983, nel tentativo di affrancarsi dall’ingombrante presenza di Battiato, Alice pubblicò un album intitolato “Falsi allarmi” il cui singolo era “Il profumo del silenzio”.
Era un disco strano, particolare, affascinante nonostante qualche piccola zona d’ombra.
La terza traccia si intitolava “La canzone più bella” e, nella sua ambiguità, sembrava raccontare l’amore tra due donne, perse in una danza senza musica.
Donne uniche, capaci di catturare prima l’attenzione e poi l’anima di uno spettatore confuso che forse nasconde a se stesso i suoi sentimenti più profondi.
“Le due donne ballano e ti sfiorano l’anima… Voglia di amare, amore e solitudine”.
Forse l’uomo è innamorato di una delle due donne e non vuole accettare la realtà oppure insegue a sua volta un sogno perché “i sensi un po’ confusi reagiscono a un’idea”.
Ma che si tratti di un amore non ricambiato o di un desiderio che si fa fatica ad esprimere, l’uomo si fa coinvolgere da queste due donne gli fanno ballare “la canzone più bella… il battito del loro cuore”.
“No, non nasconderti!”. Con questa frase Alice termina la canzone, quasi un invito ad un coming out, perché “è l’istinto che ti perde l’anima”.
“Tu non vuoi perderti, o sì?”.
Domanda difficile per chi fa fatica ad accettare un sentiero che si discosta da quello che il mondo intorno sostiene essere giusto.
Nel frattempo sono passati quasi trent’anni e le cose sono cambiate, nonostante certe mentalità ottuse che continuano purtroppo a dettare legge.
Ma forse bisognerebbe semplicemente accettare l’invito di Alice: “Guardale e capirai!”.
Ma bisogna avere amato veramente per comprendere che davanti a certi sentimenti non può esistere nessuna regola, nessuna legge, nessuna restrizione, nessuna paura.

È stato molto bello, qualche settimana fa, rivedere Alice in un miniconcerto alla Milanesiana durante il quale ha annunciato l’uscita di un nuovo disco per il prossimo autunno.
Finalmente! È da “Viaggio in Italia” del 2003 che l’artista non ci regala un album in studio, anche se si trattava di una raccolta di cover (l’ultimo disco di inediti è “Exit” del 1998).
Sentire la sua voce, ancora così profonda, coinvolgente e straordinaria, ci fa arrabbiare con tutte le grandi protagoniste della musica italiana che, assenti da troppo tempo dalle scene, hanno lasciato libero spazio alle varie “amiche” Alessandra Amoroso o Emma Marrone.
Comunque, nell’attesa, possiamo sempre riascoltare Alice in un gioiello (non rubato) come “Il vento caldo dell’estate”.
Con Caronte che impazza, è proprio quello che ci vuole.

Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…

Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay. Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.

SILVANO
(Enzo Jannacci)
Ci vuole orecchio – 1980

Più che di musica, quando si parla di Enzo Jannacci ci si trova di fronte ad una forma di cabaret su pentagramma.
Dal 1964 ad oggi il cantautore milanese, di professione medico cardiologo, si è divertito a raccontare vizi e difetti della nostra società con un umorismo tagliente e mai scontato.
Alcuni suoi lavori sono diventati dei classici, come “El portava i scarp del tennis”o “Vengo anch’io. No, tu no!”, e la sua eclettica carriera, cominciata a fianco di Giorgio Gaber, lo ha condotto a scrivere colonne sonore (“Romanzo popolare” e “Pasqualino Settebellezze”), a fare l’attore (“L’udienza” di Marco Ferreri e “La bellezza dell’asino” di Sergio Castellitto) e a regalare un intero album a due delle più grandi interpreti italiane (“Mina quasi Jannacci”, un album di sue cover realizzato nel 1977 dalla cantante cremonese e “La rossa”, scritto appositamente per Milva nel 1980).
Jannacci può vantare anche collaborazioni con calibri come Claudio Baglioni, Mia Martini, Giorgio Conte e Adriano Celentano.
Autore dei testi per Cochi e Renato, per il celebre duo scrisse nel 1978 “Silvano”, una canzone che poi rifece personalmente nel 1980 e che divenne il lato B del singolo “Ci vuole orecchio”.
Ed è proprio “Silvano” il pezzo che a noi interessa, poiché parla di una nemmeno troppo velata storia d’amore gaia.

Dire che le strofe abbiano un senso sarebbe un nonsense.
“Silvano”, infatti, snocciola parole buffe e musicali, quasi a voler anticipare lo stile di un futuro paroliere, Pasquale Panella, che nel 1986 Lucio Battisti avrebbe condotto alla ribalta con il suo “Don Giovanni”.
“Amami, sdentami, stracciami, dammi l’ebrezza dei tendini”, recita il testo, introducendo la figura di un soggetto, tale Rino, che non ci è ben dato di sapere chi è.
“Schiodami, spostami tutte le efelidi” prosegue Enzo, arrivando a complicare ulteriormente le cose con il ritornello che dice “Silvano non valevole ciccioli”.
Si potrebbe andare a pagina 777 per cercare di capire il significato della sopradetta frase.
Meno male che il cantautore, presentando la canzone ad un concerto, ne ha raccontato la storia.
Il padre di questo Silvano, che di cognome faceva Ciccioli, quando registrò il figlio all’anagrafe disse all’impiegato che l’avrebbe voluto chiamare Silvano e un altro nome.
L’impiegato che non capì quale, scrisse “non valevole” e quello divenne il secondo nome del povero Silvano, il quale se ne va sporcando il povero Jannacci (???) e lasciandogli il dolore di un amore impossibile destinato a perpetrarsi nel tempo.
Ma ecco che nella seconda strofa ritorna il misterioso Rino, con cui probabilmente il protagonista sta cercando di scordare il suo amore infelice, al quale dice, senza tanti mezzi termini, “girati, scaccia il bisogno del passero”.
Ok, Dottor Jannacci… va bene che eravamo nei dintorni del Derby (che era praticamente il nonno di Zelig), però c’è un limite anche ai doppi sensi.
E poi non le sembra di essere un po’ megalomane quando, millantando dimensioni alla Rocco Siffredi, canta “Everest, sei la mia vetta incredibile?”

“Silvano” è un pezzo divertente ed irriverente.
Inutile volergli attribuire chissà quali grandi significati.
Va preso per quello che è, con la sua goliardia e la sua voglia di parlare di diversità con toni allegri e scanzonati, in tempi ancora di oscurantismo sull’argomento.
Però “Silvano” non aveva certo l’umorismo dissacratorio di un’altra perla che Jannacci ci aveva regalato tre anni prima.
Si trattava di “Quelli che…”, canzone che molti anni dopo avrebbe dato il nome ad una popolare rubrica televisiva di (quasi) calcio.
“Quelli che… fanno l’amore in piedi convinti di essere in un pied-à-terre”.
Questo sì che era puro genio. Oh, yessss!

Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…

Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay. Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.


IL MIO AMICO

(Anna Tatangelo)
Mai dire mai – 2008

Che tempi miseri quelli che siamo costretti a vivere. Soprattutto sotto un profilo musicale.
Io sono nato e cresciuto in un’epoca in cui Lucio Battisti scriveva per Mina. Poi giunsero Mario Lavezzi con Loredana Berté e Ivano Fossati con Mia Martini. Al di là dei sodalizi artistici e sentimentali, quelli puramente professionali negli anni 80 ci regalarono Franco Battiato con Alice e Enrico Ruggeri con Fiorella Mannoia.
Ed oggi? Ecco arrivare la strepitosa accoppiata (nella vita e nella musica) Gigi D’Alessio-Anna Tatangelo. Roba da non alzarsi dal water per almeno due giorni. Soprattutto quando lei decide di andare a Sanremo con “il mio amico”, un pezzo scritto da Gigi suo che tocca un tema scottante come quello dell’omosessualità. Si tratta di un atto sincero o solo molto paraculo per tentare di far diventare la cantante di Sora un’icona gay?
Il secondo posto (dietro una dimenticata “Colpo di fulmine” di Giò di Tonno e Lola Ponce) e un buon riscontro commerciale non fanno comunque di questo brano un pezzo da conservare nella memoria. Anzi, con una piccola spinta sull’acceleratore, “Il mio amico” della Tatangelo potrebbe tranquillamente fare parte del repertorio degli Squallor.
Ma forse nemmeno Bigazzi, Savio, Cerruti e tutta l’allegra combriccola, che ci regalò perle come “Troia”, “Pompa” e “Arrapaho”, avrebbero potuto tollerare il patetico trash di questo brano.

“Il mio amico” continua a portare avanti il discorso trito e ritrito dell’omosessuale ferito dall’amore che insegue un sogno di una felicità irrealizzabile. Roba da neorealismo alla Umberto D.
Lui vuole assomigliare alla Tatangelo (come se già non ne bastasse una in circolazione), fa notte nei locali (probabilmente infrattandosi in tutti i cessi) e poi la mattina, con il trucco sfatto, si avvia verso la sua triste vita di single, né più né meno come quella di altri milioni di persone che però non la stanno a mettere giù così dura.
“Dimmi che male c’è se ami un altro come te?”. Con il cuore gonfio di disperazione per il suo amato amico, Anna lancia questo grido disperato.
E poi prosegue con “l’amore non ha sesso, il brivido è lo stesso”, sentendosi la Magnani dei froci derelitti e incompresi.
“Il mio amico cerca un nuovo fidanzato perché l’altro già da un pezzo l’ha tradito”, roba che ti verrebbe voglia di dire “mettiti in coda, bello!”, e “dorme spesso accanto a me dentro al mio letto e si lascia accarezzare come un gatto”.
Ma ci pensate a ‘sto poveretto? Non solo è becco e bastonato, ma pure pastrugnato dalle unghie laccate della Tatangelo che magari, fino a cinque minuti prima, ha toccato Gigetto suo.
Ma il “clou” della canzone arriva nel bridge, quando Anna, tutta concitata, grida con la voce rotta di commozione“siamo figli dello stesso Dio”.
Forse, più che alla platea della città dei fiori, la Tatangelo avrebbe dovuto cantare questa sua folgorata illuminazione a Medjugorje.
Però tutti noi gay dobbiamo ringraziare sentitamente la cantante: infatti è solo merito suo se dal Sanremo 2008 abbiamo potuto finalmente smettere di sentirci figli di un dio minore.

Anna Tatangelo dichiarò di aver dedicato questa canzone al suo più caro amico, che fa il parrucchiere. Ci mancava solo la shampista gaia!
Riciclatasi con poco successo come conduttrice di X-Factor o ballerina per la Carlucci a “Ballando con le stelle”, la Tatangelo è una tragedia in tutto quello che tocca.
Peròha un quasi marito con le mani ben in pasta nel mondo dello spettacolo, per cui mi sa che ce la dovremo sorbire ancora per parecchio tempo.
Ed è inutile sperare in un miracolo. D’altronde, quando Dio ha voglia di buona musica, si prende Whitney Houston o Donna Summer, mica Lady Tata!

Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…

Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay.Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.


POLISEX
(Ivan Cattaneo)
Urlo – 1980

Strana carriera quella di Ivan Cattaneo. Cantante trasgressivo e di rottura, non è mai riuscito a trovare una sua autentica dimensione all’interno della musica italiana.
Fu lui ad inventare il look punk della prima Anna Oxa e per Patty Pravo scrisse l’affascinante “Male bello”.
Però, di suo, conobbe il grande successo solo riproponendo, in maniera alternativa, le canzoni degli anni 60.
Così l’ironico “2060 Italian graffiati” divenne uno degli album di maggiore successo dell’estate 1981 mentre il successivo “Bandiera bianca” del 1983 gli regalò il secondo (ed ultimo) boom della sua carriera. Un terzo tentativo del 1986, “Vietato ai minori”, mancò il bersaglio, anche per via di una scelta di pezzi poco azzeccata e di una stanchezza serpeggiante all’interno di un progetto ormai giunto alla frutta.
Così il cantautore bergamasco sparì lentamente dalle scene, preferendo dedicarsi ad un’altra sua grande passione: la pittura.
Eppure, prima del periodo “revival”, nel 1980 Cattaneo incise un LP meritevole di attenzione, “Urlo”, il cui singolo “Polisex” si fece notare sia per il testo, decisamente avanti per quei tempi, sia per la musicalità molto accattivante, nonostante l’arrangiamento si ispirasse in modo fin troppo sfacciato a “Lotta love” di Nicolette Larson.
Ma, come dice la grande Madonna, perché inventare quando si può copiare?

“Polisex” divenne non solo il più grande successo scritto da Ivan Cattaneo, ma anche l’inno di tutti gli alternativi, conquistando il favore della critica e di molte radio libere.
Parla di un “uomo-donna” che può essere utilizzato come oggetto per il proprio piacere personale.
“Il corpo macchina si muove e tu sei fatto di carne per i desideri miei”. Così comincia la canzone e già si nota il clima di spersonalizzazione sessuale in cui la persona assume solo il valore di un sex toy.
“Tu puoi odiarmi o puoi amarmi se vuoi o puoi giocare solo per il sesso che ho”, prosegue Cattaneo, regalando alla sua ambiguità sessuale musicale quel tocco di artisticità che mancava alle varie “Sbucciami” di Cristiano Malgioglio, paroliere di grande valore ma interprete sempre pericolosamente ai limiti del ridicolo.
Se nella prima parte della canzone Cattaneo dice “e sarai uomo” nella seconda dice “e sarai donna”, la morale alla fine non cambia: sarai sempre qualcuno che “fa sempre ciò che non vuoi”.
Forse perché l’essere “polisessuale” porta a vivere una condizione di perenne insoddisfazione erotica? Non voglio giudicare la categoria, ma trovo che, spesso e volentieri, i bisessuali (perché altro non sono, al di là delle elucubrazioni mentali di gente come Gianna Nannini) siano anime confuse buone solo a causare dolore a chi sta loro vicino.
Il ritornello finisce dicendo “di lingua, di mano, di labbra e di cuore… ma il cuore, ‘sto cuore, lascialo stare”
Infatti questo è l’unico organo del corpo umano che non sempre è ben accetto in una società (gaia e non) dove troppe persone sono allergiche a termini come “impegno”, “secondo incontro” e “monogamia”.

Ho un ricordo molto simpatico di Ivan Cattaneo. Nel lontano 1982, quando parlare in pubblico della propria omosessualità non era ancora di moda, fu ospite di Enzo Tortora nella trasmissione “Cipria”.
Tortora, che amava provocare, era solito leggere una lista di personaggi famosi all’ospite di turno, domandandogli chi tra di loro avrebbe mandato in Siberia e chi avrebbe invece tenuto in Italia.
Quando chiese di Antonio Cabrini, calciatore juventino nonché bellissimo ragazzo, il cantante rispose “In Italia. A casa mia”.
Perciò onore, gloria e lunga memoria a Ivan Cattaneo, formichina musicale di fronte a colossi come Renato Zero e Lucio Dalla, ma con un coraggio che vale molto più dei milioni di dischi venduti dagli altri due.

Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…

Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay.Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.


NO MATTER WHAT HAPPENS
(Barbra Streisand)

Yentl – 1983

Come anticipato settimana scorsa sulla rubrica “Da riDVDere”, ecco uno dei brani più belli tratti dalla colonna sonora di “Yentl”, il film diretto e interpretato nel 1983 da Barbra Streisand.

La storia è semplice: una ragazza si traveste da uomo pur di poter studiare. Conosce un compagno di cui si innamora e, per tutta una serie di circostanze, si ritrova sposata all’ex fidanzata del ragazzo. Quando si accorge che il gioco è diventato ormai insostenibile, Yentl esce di casa e, camminando da sola nell’alba, intona una magnifica canzone.

È “No matter what happens”, la canzone perfetta per ogni tipo di outing. Quella che ho postato è la “studio version”, dall’arrangiamento più pop rispetto alla versione presente nel film.

“Ho voluto le ombre, ora non le voglio più”. La canzone parte alla grande e subito ci mette dalla parte di chi è costretto a vivere una vita nascondendosi.

“Sono fuggita dalla luce, temendo che potesse vedere troppo”. Anche se non si tratta di una canzone strettamente gay, direi che le dinamiche non sono molto diverse da quelle di chi, temendo di esporsi troppo al giudizio degli altri, tende a diventare giorno dopo giorno sempre più invisibile.

“Ho tenuto dentro di me le mie sensazioni e ho chiuso ogni porta… non importa quello che accadrà ma non lo farò mai più”.

Com’è difficile tenere tutto nascosto dentro, soprattutto quando si ha un gran bisogno di sfogarsi o, molto più semplicemente, di dire quello che si prova. È triste, in un mondo in cui tutti si amano alla luce del sole, dover sempre nascondere i propri sguardi, le proprie emozioni, le proprie pulsioni.

Arriva un momento in cui non ce la si fa più: ed ecco che, come una dolorosa ma bellissima liberazione, arrivare l’outing. Che non è una questione di ostentazione, ma solo di tirare fuori la testa dal fango per poter finalmente respirare.

“C’è qualcuno che deve sentire le parole che non ho mai detto”.

Con questa frase la Streisand mette in musica il dolore di chi, per paura o per codardia, non si concede il lusso di amare chi vorrebbe. Ma per quanto tempo si può resistere?

“Ho bisogno che lui mi tocchi, che conosca l’amore che ho nascosto nel cuore… quello stesso cuore che mi sta dicendo di vedere me stessa, di liberare me stessa, di essere me stessa finalmente!”

Essere se stessi. Sembra una cosa così naturale da fare, ma chi è che riesce ad esserlo veramente? La società, la famiglia, il lavoro ci impongono maschere e comportamenti non sempre in linea con il nostro io. Quando poi si è gay, la recita a volte può diventare assolutamente insostenibile, soprattutto quando si ha paura di deludere le aspettative di chi ci vuole bene.

Ma il vero bene non dovrebbe consistere nell’accettare una persona per quello che è e non per quello che si vorrebbe che fosse?

“Per troppe mattine le persiane sono rimaste chiuse, è tempo di aprirle per salutare il sole… una voce dal profondo sta crescendo sempre più forte ed io non posso più farla tacere”.

È la voce della coscienza, quella che ci obbliga ad uscire allo scoperto a rivendicare la nostra dignità, oltre che il sacrosanto diritto a conquistarci il nostro centimetro quadrato di felicità.

E, dopo tanto, troppo silenzio ecco che arriva il grido finale “non importa quello che accadrà, non potrà mai più essere lo stesso”.

Il dado è tratto, l’outing fatto, non si può più tornare indietro. Si chiudono delle porte alle spalle e ci si offre alle incognite del futuro. Non si sa come andrà, ma di sicuro si vivrà più in pace con se stessi.

Perché, come dice la Streisand nella canzone “Where is it written?”, quella che apre il film, “dov’è scritto quello che devo essere?”

Non è scritto da nessuna parte, ma purtroppo viviamo in un mondo fatto di gente stupida che crede di avere la verità in tasca e si arroga il diritto di puntare il dito per ignoranza e superficialità. Giovanardi docet.

Da anni Barbra Streisand combatte per i diritti dei gay, dato che anche suo figlio fa parte della categoria.

La cantante-attrice racconta che, quando era giovane e aveva velleità artistiche, sua madre le disse di smettere di sognare perché tanto il suo destino era quello di diventare una segretaria d’azienda e di battere a macchina tutto il giorno. Da quel momento la Streisand smise di tagliarsi le unghie.

Tanto, da qualche parte, era già scritto quello che doveva essere: la più grande di tutte.

Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…

Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay.Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.

ASSASSINA (Loretta Goggi)
Il mio prossimo amore – 1981

ARRIVEDERCI STELLA DEL NORD (Loretta Goggi)
Pieno d’amore- 1982


Ahi ahi, signora Goggi… anche lei mi è caduta sul gay!
Eggià, proprio lei, la Loretta nazionale, colei che ispirò il titolo di questa rubrica, che era l’unica soubrette italiana che sapeva cantare, ballare, recitare, imitare e presentare, non ha saputo resistere alla tentazione della canzone omosex.
E lo ha fatto per ben due volte!

La prima fu nel 1981, a pochi mesi dal trionfo sanremese che la vide classificarsi seconda con “Maledetta primavera”, quando lanciò il disco “Il mio prossimo amore”.
La seconda traccia del disco si intitolava “Assassina” ed era un brano scritto per lei da Rettore (anche lei un’altra habitué della tematica).
La Goggi si era presa una bella sbandata per un amico gaio (chissà perché certe donne hanno questo vizietto) che, logicamente, non corrispondeva.
“Non che io sia assassina, maliziosa, curiosa di amori un po’ strani”, cantava la nostra amica che, però, un po’ di morbosità di fondo ce l’aveva tanto da aggiungere subito dopo “non che io sia perversa, morirei piuttosto che ferirgli le mani”.
Chissà perché le mani, poi. Forse perché bisognava fare la rima baciata?
Fatto sta che, insomma, la Loretta con la O (come cantava anni prima parafrasando Liza Minnelli) dapprincipio vorrebbe “scoprire un mistero, un altro tipo d’amore”, dall’altra parte sa di non potersi esporre troppo perché “lui non mi avrebbe capita, mi avrebbe guardata chiedendomi se ero cambiata”.
E infatti ciò che lei prova per l’amico è effettivamente un sentimento nuovo ma… “lui, non per me, magari lui per me”. Proprio come Jennifer Aniston in “L’oggetto del mio desiderio”, anche la Goggi si becca un sonoro due di picche.


Le va un po’ meglio l’anno dopo con una bella ragazza nordica grazie alla canzone “Arrivederci, stella del nord” contenuta nell’album “Pieno d’amore”.
Qui la Goggi instaura un “menage a troi” con una lei “straniera, cervello e corpo senza frontiera” e un lui “che allora non era a tempo pieno con me”.
Loretta “curiosa di andare fino in fondo alla cosa” si gode questo triangolo con qualche piccolo senso di colpa (“ma che posso farci se mi andava di starci”) salvo poi mollare il colpo e darsi alla monogamia eterosessuale.
“Arrivederci stella del nord, dolce sorella di un dolce amarcord”.
Federico Fellini sarebbe andato in sollucchero di fronte a questa rima.
La povera ragazza venuta dal freddo, invece, ci sarà rimasta malissimo dato che viene allegramente scaricata con una frase nemmeno troppo gentile: “Arrivederci, non si sa mai che cambio casa e che tu non lo sai”.
Così la Goggi può far perdere le sue tracce (non dimentichiamoci che eravamo in un’epoca pre-Facebook) e tornare a godersi con la coscienza tranquilla la sua normalità casalinga, una volta archiviata la parentesi gaia.
Peccato però che non basti dire “ciao straniera, ti penso e forse è l’ultima sera” per poter archiviare definitivamente una pulsione che ti ha preso anima e corpo.
Magari la straniera tornerà a trovare la Goggi di notte, quando le autodifese scendono e nessuno può tenere sedati troppo a lungo i propri fantasmi.
L’anno successivo, nel suo singolo “Una notte così” (sigla di “Loretta Goggi in quiz”), la soubrette cantò “noia in stereofonia, lui non ha fortuna con me… volo via a far l’amore con te”.
Forse intendeva dire che aveva preso un aereo low cost per il Nord Europa?

Scherzi a parte, io amo la Goggi.
Non molto tempo fa è stata colpita da un grave lutto (è morto Gianni Brezza, suo compagno di vita dal 1979). In un suo spettacolo di qualche anno fa, Loretta disse che la canzone del suo repertorio che amava di più era “L’aria del sabato sera” perché era la sigla di quel primo Fantastico che lei fece con Beppe Grillo e Heather “Disco bambina” Parisi in cui conobbe Brezza.
Mentre la cantava, sullo sfondo veniva proiettato uno splendido primo piano in cui c’erano lei e Brezza di profilo, giovani e bellissimi, con i due nasi che si sfioravano.
Ecco, a me piace ricordarli così.

Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…

Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay.Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.

C’E’ UN POSTO CALDO
(Faust’O)
Suicidio – 1978

Lo scrittore Carlo Castellaneta definiva beati gli anni ’50, io i ’70.
È vero, c’erano i fascisti e i comunisti che si ammazzavano nelle piazze, c’erano i rapimenti, i terroristi, le stragi di Stato. Però c’era anche nell’aria una gran voglia di cambiamento, non la rassegnata apatia che oggi sembra permeare tutto (musica in primis).
Caterina Caselli, che io tanto amai da bambino quando era ancora “Casco d’oro”, in quegli anni aveva fondato una piccola etichetta all’avanguardia all’interno dell’impero del marito Sugar che si chiamava “Ascolto” e che voleva lanciare sul mercato artisti considerati un po’ “outsider”. In quest’ottica, la Caselli fu la prima a far incidere un cantautore su una sedia a rotelle, Pierangelo Bertoli, mentre nel 1978 provò a lanciare un giovane cantante davvero fuori dagli schemi.
Si chiamava Fausto Rossi, in arte Faust’O, e si presentò al grande pubblico con un album dal titolo che era tutto un programma, “Suicidio”.
Io, ai tempi, avevo sedici anni. Quando vidi il disco in vendita alle Messaggerie Musicali, lo acquistai a scatola chiusa, tanto ero rimasto affascinato dal titolo (chissà perché tutti sono terrorizzati da questa parola? Io trovo il suicidio rasserenante e consolatorio come un’uscita di sicurezza in caso d’incendio) e dall’immagine di copertina, con il cantante in bianco e nero col volto emaciato e gli occhi pronti per il Paolo Pini.
Appena arrivato a casa misi il disco sul piatto e… voilà! Fu amore al primo ascolto.

La terza traccia del lato B del disco si chiamava “C’è un posto caldo” e mi colpì subito come uno schiaffo, non tanto per la violenza del testo (che mi arrivò in seguito) ma soprattutto per l’andamento ritmico schizofrenico e i toni acuti e deliranti con cui Faust’O la interpretava.
È la storia di un ragazzino che spia due compagni di classe masturbarsi sotto il banco.
La cosa, al momento, lo spaventa tanto da dire “quel giorno ho visto un mostro ma non l’ho detto mai!”
Perché un mostro? Forse perché il ragazzino fa fatica a confrontarsi con i suoi desideri repressi dovuti all’educazione ricevuta (“un bimbo distratto, distrutto dalle idee di papà”)?
Anni dopo, il ragazzo ritrova uno dei due compagni di classe e tra di loro esplode il desiderio.
“La lingua bagnata di dolce veleno mi penetrava”, canta Faust’O descrivendo una prima volta dai toni crudeli, senza nessuna forma di tenerezza o amore.
Il protagonista si sente sporco, sbagliato. Vorrebbe fuggire da quel letto di dolore ma il compagno lo blocca dicendogli “non si può tornare indietro quando vuoi”. E rincara la dose aggiungendo “ormai sei sporco come me”.
Questa visione dell’omosessualità come una specie di maledizione biblica era abbastanza tipica della mentalità bacata di un tempo, anche se temo che, in certi ambienti sottoculturati, ancora oggi le cose non siano poi così diverse.
“Resta, c’è un posto caldo, la gente fuori non capirà” sibila come un serpente l’amico tentatore. E Faust’O, ormai stigmatizzato nel corpo e nell’anima, si arrende all’amante-carceriere dicendogli “prendimi ancora se vuoi”, suggellando così la sua resa al fatto di essere un diverso.
Ma la frase più incisiva di tutto il brano è “non tornerai dal tuo Dio. O forse anche lui è come noi?”. Sembra quasi un anatema.
Non sono mai stato un cattolico osservante e me ne sono sempre abbastanza fregato di quello che la Chiesa potesse pensare di me (che è sempre meglio di quello che penso io di lei). Però mi rendo conto di quanto debba essere difficile per chi è religioso riuscire a convivere con i sensi di colpa causati dalla propria sessualità fuori dai binari.
Come sarebbe bello se tutti arrivassero a capire che aveva ragione la mia amata Berté quando, nella sua splendida “Anima vai”, cantava “sulle vergogne di amori strani che al contrario sono solo umani”!

Purtroppo “Suicidio” non diede al cantautore di Sacile il successo che si sarebbe meritato.
Però è un disco che andrebbe recuperato, se non altro per il suo spirito pionieristico.
Al di là del singolo, intitolato “Benvenuti tra i rifiuti”, voglio segnalare “Godi”, con un testo del grande e compianto Oscar Avogadro.
“Godi però di nascosto nel cesso o nel bosco, nell’ultimo posto in cui Dio ti vedrà”.
Oppure “ma non farti mai vedere dietro i banchi di una chiesa mentre ti masturbi in allegria”. Sembra proprio che il Padreterno ossessioni la vita sessuale del nostro Faust’O.
Per non andare fuori tema, ecco una frase ad hoc per la nostra rubrica: “non provare
inclinazioni, non avere tentazioni che non si accontentino di lei”.
Bisex di tutto il mondo, siete avvisati!

Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…

Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay.Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.

TRANS
(Enrico Ruggeri)
Peter Pan – 1991

Se dovessi stilare una lista di canzoni italiane del mio cuore, di certo all’interno di essa ci sarebbero un paio di brani firmati da Enrico Ruggeri.
Ci metterei “Rien ne va plus”, meraviglioso pezzo alla Jacques Brel (ma del resto Enrico è il cantautore nostrano più francesizzato) presentato a Sanremo nel 1986 in cui, a metà esecuzione, Enrico si tolse i mitici occhiali bianchi quasi a volersi denudare di fronte alla platea, e “La giostra della memoria”, scritta per Fiorella Mannoia, in cui il dolore dei lutti familiari si stempera in una dolcezza quasi infantile.
A mio avviso, l’album più bello del cantautore milanese è stato “Enrico VIII” del 1986, quello che conteneva “Il portiere di notte”, anche se il suo successo più eclatante fu “Peter Pan”, uscito alla fine del 1991.
All’interno del disco (tutto sommato modesto) c’erano quattro pezzi che, da soli, valevano la spesa: la title track, “Prima del temporale” e “La band”. Ma, soprattutto, la traccia numero 3.

Si tratta di “Trans”, un pezzo in cui Ruggeri si infila nei panni di una transessuale con una lucidità, una sensibilità ed una capacità introspettiva davvero folgoranti. Il tutto senza scivolare mai, nemmeno per mezzo secondo di tutti i 4 minuti e 34 secondi della canzone, nel patetismo o nell’ovvietà.
Il brano parte subito come un pugno nello stomaco, con un arrangiamento drammatico e impattante, che richiama alla memoria i parchi notturni o i luoghi di “battuage”.
“Se mi vedeste lavare, pulire, senza ridere dei miei gesti… se mi sentiste parlare, trascurando la mia voce”.
Con tono freddo, quasi distaccato, Ruggeri ci racconta la sua vita di transessuale. Una vita che nessuno sta o vuole ascoltare, perché dà fastidio, perché si fa prima a fermarsi all’apparenza, allo scherno, alle classificazioni così rassicuranti per chi ha bisogno di sapere se è dalla parte del giusto o no.
Eppure basterebbe così poco per poter capire e condividere una storia fatta “di dubbi, di fughe da casa, di vestiti sbagliati”.
E magari le persone che prendono in giro o si ergono giudici sono i primi, poi, ad usufruire della compagnia di una trans “nelle macchine strette con dietro i sedili dei bambini” perché, come giustamente Ruggeri ci dice, “quelle stesse persone che ridono della mia voce hanno anche loro una croce, ciò che nessuno dice, ciò che nessuno sa”.
Invece di pensare alle trans (cosa che spesso fanno anche molti gay) come a un fenomeno da baraccone che va a screditare la categoria degli omosessuali, sarebbe bello riuscire ad abbracciare il disagio di qualcuno che vorrebbe avere “un nome uguale a quello dentro ai documenti” o che vorrebbe “passare un bel Natale con le foto da scattare” insieme alla persona che ama.
E invece, il più delle volte, subisce l’umiliazione di non essere presentata a nessuno o di essere nascosta in cucina quando viene qualcuno (un po’ come capitava a “I vecchi” di baglioniana memoria).
“Se avessi un po’ di vita anch’io vorrei passarla a modo mio, con te”.
Forse non in questa vita. Forse in un futuro in cui le persone saranno giudicate per quello che sono e non per la loro vita dalla vita in giù.
Per dirla alla “West side story”… somewhere, someday, we’ll find a new way of living…

Peccato che, nel corso degli anni, Enrico Ruggeri si sia un po’ perso lungo il cammino.
Tra pubblicazione di libri e conduzioni televisive, i troppi impegni hanno finito col distrarre uno dei più prolifici autori italiani che regalò a Loredana Berté capolavori come “Il mare d’inverno” e “Savoir faire” e scrisse per la Mannoia l’inno di tutte le donne italiane (Quello che le donne non dicono).
Però io Enrico lo aspetto ancora qui, a farmi emozionare di nuovo, a regalarmi quelle storie di disadattati ed umiliati dalla vita che oggi faticano a trovare spazio nell’attuale produzione discografica italiana.
Ma, come già profeticamente Ruggeri cantava nel lontano 1988, stiamo vivendo “giorni randagi”.

Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…

Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay.Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.

Luca
Raffaella Carrà – 1978

Da più di quarant’anni la “Raffa” nazionale impazza sui teleschermi italiani, spagnoli e di buona parte del Sud America.
È partita turbando il sonno di milioni di italiani mettendo il suo ombelico in bella mostra. Poi si è divisa la scena con la più grande cantante italiana in “Milleluci”, show che ha segnato l’addio di Mina al piccolo schermo. Inoltre si potuta permettere il lusso, nel lontano 1978, di cantare una sigla che diceva “com’è bello far l’amore da Trieste in giù”. Il tutto diventando l’idolo delle casalinghe e dei bambini.
Ma anche dei gay, che l’hanno consacrata icona incontrastata delle piume di struzzo. Provate andare in qualsiasi discoteca con serata a tema. Non ci sarà dee-jay che non farà girare sul piatto “Tanti auguri” o “Ballo ballo” (con tanto d’inizio clonato alla celeberrima “Eleanor Rigby” di beatlesiana memoria).
Oppure “Far l’amore” (titolo originale “A far l’amore comincia tu”, lato B del 45 giri “Forte forte forte” del 1976), rimixato l’estate scorsa nientepopodimeno che da Bob Sinclair.
Nonostante i settant’anni quasi alle porte, la “Raffa” nazionale è sempre in pista. O come testimonial della TIM, o come musa di Tiziano Ferro che la reclama sua, senza dimenticare l’encomiabile impegno sociale che l’ha portata, qualche anno fa, a condurre un programma kamikaze a favore delle adozioni a distanza.
Le sue canzoni sono facili, divertenti, di presa immediata. Eppure contengono nei testi una malizia a tratti quasi imbarazzante.
Ma, dato che si sa che la gente ascolta ma non sente, ecco che nessuno si scandalizza più di tanto se la signora Pelloni in arte Carrà, invece di fare la turista per caso a Santa Fè, si infratta tra le lenzuola con una giovanissima guida di nome Pedro.
Oppure se racconta il suo amore infelice per un giovine che preferisce un maschietto dalla zazzera bionda al suo celeberrimo caschetto firmato Vergottini.

Tale giovine si chiama “Luca”, nome molto gettonato nell’ambito delle canzoni omosessuali, vedi Povia (canzone che il sottoscritto non recensirà mai dato il disprezzo naturale che nutre nei confronti di quel cantante ipocrita, falso e viscido come il suo amico Bonolis).
Tornando alla Raffa, la poverina è in piena crisi ed ha un gran bisogno di sfogarsi raccontando a tutti di questo ragazzo, tale Luca “dai capelli d’oro”, a cui vuole un bene da morire.
Lei non lo tradisce nemmeno col pensiero, non rendendosi minimamente conto che le attenzioni del ragazzo sono rivolte ben altrove. Nello specifico ad un altro ragazzo biondo, “forse un vagabondo” dragato chissà dove, con la quale la Raffa lo cucca un giorno spiandolo dalla finestra, rivelando così una naturale predisposizione al voyerismo o allo stalking (dipende dai punti di vista).
Nonostante questo, come tutti gli innamorati che non capiscono che non ce n’è e si inventano mille scuse pur di alimentare dentro di loro la speranza di un amore impossibile, la Raffa continua a non comprendere perché Luca non la voglia, nonostante tutto un mondo intorno che le fa i complimenti per la sua avvenenza.
“Luca, Luca Luca, che ti è successo? Luca, Luca, Luca, dove sei adesso?” continua a disperarsi la nostra icona, dato che da quel giorno non ha mai più visto il suo amichetto dai capelli alla Rapunzel.
E qui sorge spontaneo un dubbio. Non è che magari Luca è scomparso perché quel vagabondo, dopo l’amplesso, lo ha fatto a pezzi e ne ha buttato il corpo in una discarica, tipo quelle belle storie che si leggevano un tempo su “Cronaca vera”?
Oppure finalmente trovato la sua vera strada, è fuggito a Casablanca e ora si fa chiamare Lucia?

Scherzi a parte, la Carrà con “Luca” non ha certo scritto una grande pagina della musica leggera italiana. Però è un brano allegro, divertente e tutto da ballare, firmato dall’ex compagno Gianni Boncompagni, autore della maggior parte delle canzoni “storiche” della soubrette.
Magari la Raffa ci fa un po’ la parte della tonta, ma poco importa.
Quello che conta è che, dopo tante canzoni che trattano il tema dell’omosessualità con la lametta in mano, ce ne sia una che invece lo fa in pieno stile “emilian soca dance”.
E scusate se è poco!

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