Teorema è il romanzo che Pier Paolo Pasolini (Bologna, 1922 – Ostia, 1975) scrisse nel 1968, mentre stava girando l’omonimo film. Il titolo deriva dal greco θεωρέω, “guardare”. “Teorema” è, letteralmente, un oggetto di osservazione, fisica o intellettuale. Il collegamento con le sensazioni visive è stabilito dall’autore stesso, nella quarta di copertina della prima edizione (Garzanti, Milano 1968): “Teorema è nato, come su fondo oro, dipinto con la mano destra, mentre con la mano sinistra lavoravo ad affrescare una grande parete (il film omonimo)”. Nella stessa sede, Pasolini rivela che il primo progetto dell’opera era in versi. Il rapporto tra libro e film è d’interazione: dal racconto è stata tratta la pellicola, ma le vicende della regia hanno influito sulla trama. Fatto sta che Teorema è un romanzo – si può dire – dal taglio intrinsecamente cinematografico. È una successione di scene (un “teorema”, appunto) narrate al presente, da un punto di vista esterno. I titoli di diversi capitoli (Dati; Altri dati; Fine dell’enunciazione; Corollario…) rimandano all’altro significato di “teorema”: ordinata dimostrazione logica. Ma essa si applica all’oggetto meno matematico e meno visibile che esista: la passione amorosa.
Il teatro scelto è alquanto insolito, per le opere pasoliniane: una famiglia benestante di Milano, “piccolo borghese in senso ideologico” (cap. 1, Dati). Il padre, Paolo, è un industriale. Pietro, il figlio maggiore, è un goffo e timido liceale. Odetta, sua sorella, è “dolcissima e inquietante […] con una fronte che sembra una scatolina piena di intelligenza dolorosa…” (cap. 3, Altri dati (II)). Lucia, la madre, è una donna elegante e annoiata. Della casa si occupa la domestica Emilia. In epigrafe a questo scenario, viene posta la citazione apparentemente meno adatta: “Dio fece quindi piegare il popolo per la via del deserto” (Esodo 13, 18).
“Dio” è un giovane misterioso, che arriva come ospite. Non è precisata la ragione; l’unica cosa che conta è che la famiglia l’attende. Più che una persona in carne ed ossa, è una manifestazione numinosa. È l’epifania di un’esperienza comune a diversi tempi e luoghi: l’emergere dell’Eros. Egli è portatore del “sesso sacro” (cap. 7), di un corpo che è “potenza rivelatrice” (cap. 8). Ciò che viene rivelato è l’essenza profonda delle persone. In ognuno di loro cova una forma di “diversità”, che consiste nell’aspirazione a un amore impossibile. Dell’originario progetto in versi, rimangono i monologhi poetici che svelano il nocciolo dell’enigma: il desiderio incestuoso. L’ospite fa emergere questo segreto alla coscienza dei personaggi, seducendoli uno per uno. Non importa che siano maschi o femmine: il suo è “il sesso degli angeli”. Essendo un nume, ha – come gli antichi dèi – la capacità d’assumere ogni forma e identificarsi con l’oggetto dei desideri di ciascuno.

“Forse […] chi ti ha amato deve
(come del resto ogni uomo – che non lo sa)
poter riconoscere a tutti i costi la vita,
in ogni momento? Riconoscerla, e non soltanto
conoscerla, o soltanto viverla?”
(“La distruzione dell’idea di sé”, monologo di Paolo)

Ai padroni di casa, l’ospite comunica unicamente col proprio corpo. Le sue parole sono rivelate solo alla domestica Emilia, che è stata anche la prima a riconoscere la forza di Eros. Questo monologo s’intitola, significativamente, “Complicità tra il sottoproletariato e Dio”:

“Tu sarai l’unica a sapere, quando sarò partito,
che non tornerò mai più, e mi cercherai
dove dovrai cercarmi…

Il “popolo”, condotto nel “deserto” del tabù ormai cosciente, finirà – in parte – per disperdere la straordinaria rivelazione dell’Eros. Odetta reagirà alla propria “diversità” chiudendosi in un guscio ancora più impenetrabile. Lucia ricorrerà a squallide avventure, col rimpianto di quel “sacro” irrecuperabile. Pietro diventerà un artista “d’avanguardia”, incapace di ritrarre il “divino” che si porta dentro. Paolo rinuncia a tutto ciò che aveva costruito la sua posizione sociale. Con una spoliazione francescana, dona la propria fabbrica agli operai. Un giornalista tenta di indagare sul gesto con il linguaggio della lotta di classe, scoprendolo incapace di dare risposte.
Come preannunciato, solo Emilia fa fruttificare l’esperienza del sesso sacro. Non tenta di ricostruirla artificialmente. Torna alla campagna natia, dove compie miracoli da leggenda agiografica. Le sue lacrime d’amore si trasformano in una sorgente taumaturgica.
Il romanzo si chiude sull’urlo di Paolo, che cammina scalzo attraverso la nuda essenza della realtà – il “deserto”.

“Ad ogni modo questo è certo: che qualunque cosa
questo mio urlo voglia significare,
esso è destinato a durare oltre ogni possibile fine.”

Pier Paolo Pasolini, Teorema, prefazione di Attilio Bertolucci, Milano 2015, edizione speciale per il Corriere della Sera, “Le opere di Pier Paolo Pasolini – Vol. 8.

Testo di Erica Gazzoldi Favalli