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l1‘intervento di oggi parla di Pride, di orgoglio con la lettera maiuscola, e lo fa con la favola e la cronaca. Partendo dalla storia vera di una coppia orgogliosa e fiera del proprio amore si sposta poi ad accennare la cronaca della giornata di Milk Milano al Pride di Genova e si chiude con un promemoria.

STORIA VERA

  Dicono che l’amore vero sia solo quello di un uomo con una donna, che l’uomo sia “cacciatore” e che per questo motivo una coppia omosessuale sia destinata ad un rapido epilogo. Si dice anche che gli omosessuali non facciano altro che riversarsi da una discoteca all’altra passando per qualche battuage.
E’ davvero così? Siamo davvero destinati ad una vita di solitudine perché incapaci di costruire un solido rapporto di coppia?

A noi tutti è chiaro che la risposta sia no. Per chi si alimenta ancora di ormai odiosi luoghi comuni, sì. Qualche giorno fa ho conosciuto un nostro socio, Mario, un uomo che dopo trent’anni d’amore ha dovuto recentemente dire addio al suo compagno Warner a causa di una malattia.

La loro storia può essere definita il classico “colpo di fulmine”, scoccato però negli anni settanta, quando internet non esisteva e vedere due gay mano nella mano era ancora più raro di oggi. I due si erano conosciuti una sera, in un locale per omosessuali: Mario ricorda ancora le lunghe esitazioni prima di entrare,
la paura e, infine, l’ingresso, con tanto di incontro con un collega di lavoro. Fu proprio questo suo conoscente a presentargli quello che poi sarebbe diventato il compagno di una vita.

La loro è stata una storia senza bisogno di lunghi corteggiamenti, un amore scoppiato nel corso di una serata, in cui oltre alle parole dolci e ai discorsi, l’unico contatto fisico furono le carezze e gli abbracci. Ma da quel giorno, racconta Mario, hanno iniziato a vedersi tutti i giorni, sostenendosi a vicenda e vegliando l’uno su l’altro, aspettandosi fuori dal luogo di lavoro, senza nascondersi, ma vivendo alla luce del sole il loro sentimento, come chiunque altro.

Si trattò di un amore anche fortunato, con le rispettive madri che diventano amiche e quasi sembrano tenere di più al figlio dell’altra, o con le vicine di casa e le colleghe di lavoro che chiedono consigli sull’abbigliamento o su cosa preparare per cena. Mario potrebbe parlare per ore di tutti i suoi ricordi, sfoglia l’album di fotografie e sembra rivivere ogni momento: le cene con gli amici (omosessuali e non), i viaggi e i rari litigi… e da ogni parola traspare il forte legame che lo teneva (ma forse sarebbe meglio dire “tiene”) legato a Warner.

Ma la cosa più importante, e forse sorprendente, è che tutto ciò esiste ed è possibile: questo è quello che bisognerebbe tenere a mente. Il tanto sospirato “ragazzo giusto” non è un’utopia, è qualcosa di raggiungibile e reale, così come è reale la moltitudine di persone che ogni anno, a Giugno, sfila per le strade al Pride e spera di vedere riconosciuto il proprio amore.

La storia di Mario, che potrebbe sembrare a molti “un’isola felice”, è una realtà di una quotidianità disarmante. Credo potrebbe diventare una sorta di promemoria a testimonianza del fatto che, anche se nel Presepe, come disse qualche illuminato senatore leghista, nella capanna sotto la stella cometa ci sono Maria e Giuseppe e non Giuseppe e Marco, nell’appartamento sotto il nostro, nella vita reale, potrebbe viverci la famiglia di Mario e Warner.
 

(Andrea Bernardi – Mug

 

CRONACA

“L’associazione di gay milanesi Milk ha preparato cartelli dedicati alle vittime dell’omofobia, condannati a morte o uccisi a Londra, Bogota’ e Iran” (L’Unità)

“L’associazione Milk di Milano ha citato anche le vittime dell’omofobia o quelle coinvolte in qualche scontro perché cercavano di salvare la vita di un amico. «Io sono qui per Navid Parham ucciso a Tehran aprile 09 perché gay», si legge su un cartello. «Abbiamo fatto decine di cartelli – spiegano i ragazzi – i morti sono molti di più. È importante ricordare che il Vaticano non ha voluto la moratoria della pena di morte per gli omosessuali»” (Il Manifesto)

“L’ associazione di gay milanesi Milk ha ricordato le vittime dell’omofobia, condannati a morte o uccisi a Londra, Bogotà e Iran” (Il Secolo XIX) (La Repubblica)

 

PROMEMORIA

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