Milk Milano è lieto di annunciarvi la nascita di una nuova rubrica all’interno del suo spazio blog. Si tratta del TRANSIZIONARIO ovvero di un dizionario – diario del mondo transessuale che ci permetterà, passo dopo passo, di comprenderne termini e momenti grazie alla spiegazione tecnica e al racconto della vicenda personale di Antonia.

Ciao a tutti, mi chiamo Antonia Monopoli e mi è stato chiesto di scrivere una serie di post per questo blog per condividere con voi la mia personale esperienza di ricerca (affrontata in questi ultimi sette anni). Vivo la mia condizione di donna transessuale dall’inverno del ’94/’95. Dal 2002 ho iniziato ad avvicinarmi alle associazioni di riferimento. Quando questa mia esperienza è iniziata ho dovuto cominciare proprio dai significati e dalla storia della parola “Transessuale“…

Con la parola transessuale si indica generalmente una persona che persistentemente sente di appartenere al sesso opposto a quello anagrafico e fisiologico.

Secondo il DSM IV (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Manuale di Classificazione dei Disturbi Mentali, IV edizione) redatto dall’Associazione Americana degli Psichiatri e secondo l’International Classification of Diseases (a cura dell’Organizzazione Mondiale della Sanità), la persona transessuale soffre di “disturbo dell’identità di genere” o “disforia di genere” (DIG). Questo senso di “disforia” nei confronti del proprio sesso di nascita può svilupparsi già nei primi anni di vita, durante l’adolescenza o in età adulta.

Il termine “transessuale” venne coniato nel 1949 dal dottor David Cauldwell (1897-1959), ma divenne di uso comune solo dopo la pubblicazione del libro The transsexual phenomenon (Il fenomeno transessuale) del dott. Harry Benjamin, edito nel 1966 e presto diventato testo di studio universitario: è infatti il primo libro che indaga sulla transessualità con un approccio anche nosografico (studio descrittivo), affermando che essa era l’unica patologia classificata come psichiatrica a non essere curata psichiatricamente. Lo psichiatra infatti non “guarisce” la persona transessuale facendola nuovamente sentire a proprio agio con il suo sesso di origine, bensì avviandola, dopo la diagnosi di “Disturbo dell’Identità di Genere”, alle terapie endocrinologiche (ormoni) e/o chirurgiche per iniziare il percorso di transizione.

Questa discrepanza (diagnosi e a livello di psicologia / cure a livello chirurgico e endocrinologico) è dovuta al fatto che per molti decenni fra la fine dell’800 e i primi venti anni del ‘900 la persona transessuale veniva effettivamente sottoposta a tentativi di “guarigione”, ovvero di scomparsa del “disturbo”, sia attraverso la psicoterapia, sia attraverso la somministrazione di ormoni del proprio sesso genetico. Questi tentativi furono fallimentari e determinarono un numero elevatissimo di suicidi fra le persone transessuali che li subivano. Soltanto intorno al 1960 si iniziò a pensare che l’unica “guarigione” della persona transessuale si potesse ottenere adeguando il corpo alla psiche e non viceversa.

Il movimento transessuale mondiale rifiuta l’inquadramento psichiatrico della propria condizione pur essendo consapevole del fatto che essa richiede l’intervento della medicina per trasformare la “disforia” in “euforia”, o comunque in una stabilizzazione accettabile della qualità di vita.

Antonia Monopoli

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