Femminista, antispecista, antibinarista… Silvia Molè è un’attivista polivalente, in questo senso. Perciò, abbiamo voluto intervistarla.

 
1) Raccontaci un po’ di te: chi sei, cosa fai nella vita…

 

Sono una traduttrice professionista, responsabile marketing per i paesi di lingua tedesca e per la Russia, in un settore industriale dedicato prevalentemente alla logistica ospedaliera. Un lavoro molto stimolante in una ditta italiana che esporta in tutto il mondo e che mi permette di avere rapporti continui con paesi in cui ho vissuto a lungo e ai quali mi sento molto legata (Germania), dove ho potuto esprimere me stessa liberamente, conducendo uno stile di vita che non risentiva di pressioni o condizionamenti familiari o sociali. Delle mie scelte dovevo rendere conto solo a me stessa, non mi sentivo obbligata a piacere a nessuno o a perseguire obiettivi estranei a miei reali desideri.

 

2) Quando hai cominciato a interessarti di antispecismo? E di femminismo/antibinarismo?

 

Il femminismo è entrato nella mia vita prestissimo. Mio padre, col quale pure ebbi rapporti assai conflittuali in età adolescenziale, cominciò a parlarmi delle femministe storiche e della storia del femminismo quando frequentavo le scuole elementari. Forse proprio perché cresciuto in una società fortemente patriarcale temeva che la mia vita seguisse un binario predeterminato, frenante un percorso libero e “incondizionato”, o la mia indipendenza materiale e intellettuale, la libera esplicazione della mia personalità. In particolare, già allora cominciò a evidenziare il fatto che la maternità per una donna non è una scelta obbligata, non è necessariamente il senso della vita e che occorrerebbe distruggere il concetto classico di maternità, negli stessi termini esposti a suo tempo da Simone de Beauvoir. Ogni suo discorso trasudava quella che oggi chiameremmo “lotta al binarismo di genere”, che si esplicava anche nell’offerta di giocattoli non stereotipati, non solo “da bambina”. Nell’evidenziare quanto fosse vaga e arbitraria una definizione a priori della “femminilità”. Nel supportare la mia passione sia per la danza classica sia per le arti marziali.  Leggere alcuni anni più tardi in versione integrale “Il secondo sesso” (ma anche gli scritti di Mary Wollstonecraft, che già secoli prima aveva sviscerato il concetto) mi aprì un mondo sulle gabbie e i ruoli di genere.  Mia madre incoraggiava tutto questo e, considerando lo studio il mezzo principe per scelte autonome e una vita indipendente, dedicava gran parte del suo tempo a sostenermi in questo senso. I miei genitori mi mancano molto.  La riflessione riguardante il nostro rapporto con gli altri animali è cominciata invece molto più tardi, circa 5 anni fa. All’inizio, si trattò di una semplice irritazione cognitiva. In continuazione, leggevo saggi di carattere filosofico con il famoso incipit “solo noi a differenza di tutti gli altri animali …”.  Avevo cominciato a capire che si trattava di giudizi di valore, molto diversi dall’affermare, ad esempio, che solo una zecca, a differenza di tanti o tutti gli altri “può rimanere in attesa del passaggio di un mammifero per molti anni, senza per questo morire o dare segni di impazienza” (F. Cimatti sugli studi di von Uexkuell). O che solo dei pipistrelli, oppure degli odontoceti, a differenza di altri, sono dotati di ecolocalizzazione.  Questi giudizi di valore, non da ultimo alla luce della teoria dell’evoluzione, mi parevano insensati. Mi parevano esprimere una nuova forma di creazionismo, con una gerarchia che, di fatto, sanciva l’esistenza di due sole specie: noi e tutti gli altri. Noi somiglianti a un dio padre barbuto o, al limite, a una qualche costola, e tutti gli altri, in una struttura piramidale.  Esprimevo disappunto nei confronti degli autori, che mi davano ragione, senza peraltro cambiare di una virgola le proprie posizioni o il proprio modo di esprimersi. Soltanto il contatto diretto con alcune persone vegetariane conosciute in rete mi spinse ad approfondire il discorso, sia a livello pratico, sia a livello filosofico. Oggi, mi inserisco in una corrente antispecista, molto “politica”, che analizza in modo sistemico (storico, economico, sociale, psicologico) i nessi tra gli sfruttamenti (e discriminazioni) di umani e non umani, cercando di condurre battaglie parallele.

 

3) Antispecista, femminista, antibinarista: qual è il filo conduttore fra queste posizioni?

 

Questa è una domanda bellissima, che presuppone in chi la pone un alto livello di attenzione e comprensione, amore per il dettaglio e autentico interesse nei confronti della posizione dell’interlocutore, rispetto quindi. È pure una domanda difficilissima, alla quale cercherò di rispondere, ben consapevole di quanto la mia risposta possa essere parziale e diversa, magari, da altri approcci, che non pretendo certo di “superare” ma forse solo di integrare in una qualche misura, al fine di mettere insieme tutti i pezzi di quel mosaico che ci potrà fornire la chiave per una liberazione totale. In via generale, ritengo (appoggiandomi a diversi autori) che, spesso, non sia la discriminazione a generare l’oppressione, ma l’oppressione a generare la discriminazione, che ne diventa “solo” il supporto ideologico.  Sembrerebbe una banale, futile disquisizione; a mio parere, non lo è, in quanto considerare il pregiudizio come unico fattore o fattore antecedente non è sufficiente a smantellare le strutture gerarchiche all’interno di una società. Un rovesciamento della prospettiva può offrire ulteriori strumenti. In campo antispecista, troviamo anche approcci meramente “metafisici” o moralistici: lo specismo sarebbe uno pregiudizio morale, smantellato il quale gli animali verrebbero liberati.  Lo specismo, però, è innanzitutto un processo storico. Ha una natura storica ed economica, che vede il formarsi in determinate epoche (nel Neolitico, ad esempio) dello sfruttamento sistematico (allevamento) degli animali. Raccoglitori e cacciatori, in epoche precedenti, difficilmente possono essere considerati specisti, mancando nelle loro culture questo elemento di sistematicità e forse pure un senso di vera superiorità rispetto al resto del mondo naturale. Arrivando ai nostri giorni, notiamo  come la vera resistenza all’affermarsi di scelte alimentari di tipo vegetariano o vegano provengano dall’industria alimentare. Questa resistenza utilizza tutto un armamentario ideologico riguardante la  “superiorità” dell’animale umano, costruito a posteriori per permettere la continuazione di tale tipo di oppressione e profitto (che nulla ha a che vedere con la sopravvivenza della nostra specie, qui e ora, dato che pure l’ambiente gioverebbe di una riconversione della produzione), e di cui i monoteismi sono un importante alleato teorico (nonostante stiano emergendo di recente posizioni o interpretazioni “eretiche” , attraverso alcune associazioni). In campo femminista, Colette Guillaumin è arrivata, a mio avviso, a identiche conclusioni: il sesso e la “razza” non sono tanto fatti di natura, precedenti alla storia, quanto categorie politiche frutto di un sistema oppressivo. Se non ci fossero oppressione e sfruttamento, il sesso anatomico o il colore della pelle non avrebbero alcuna rilevanza sociale o politicamente strumentalizzabile. Gli schiavi furono resi tali per ottenere forza lavoro a basso costo, e non perché ci fu prima una teorizzazione su una presunta inferiorità che avrebbe condotto al sistema schiavistico. La teorizzazione fu lo strumento ideologico a posteriori per mantenere lo status quo. In quest’ottica, ho letto un interessante saggio di Cass R. Sunstein (“A cosa servono le costituzioni”): in un capitolo, si opera un parallelo tra il divieto di matrimoni interrazziali e il divieto di matrimoni omosessuali, divieto che mira in entrambi i casi a mantenere delle dicotomie gerarchizzanti, sistemi di potere dove, ad esempio, maschile e femminile non possono “confondersi”, pena la distruzione del patriarcato e di tutte le sue strutture piramidali (anche economiche). L’eteronormatività (dell’uomo bianco, occidentale, benestante, etero e sano) è lo strumento ideologico. Ancora più pericolosa e destabilizzante, in una struttura piramidale e dicotomica di tale genere, appare la transessualità, di cui a mio parere mancano oggi sui grandi media nazionali le informazioni base. Il fatto che ancora oggi, nel 2017, in molti Paesi (tra cui l’Italia) non ci siano normative chiare e dedicate che rendano fluida, non complicata e comunque non ostacolino anche una transizione non medicalizzata/senza “operazione” dimostra che siamo, a mio avviso, più vicini alla sterilizzazione forzata di Turing che a un Paese civile.  Tornando brevemente al femminismo, desidero menzionare, in ottica intersezionale, la femminista antispecista Carol J. Adams, che (forse meglio di ogni altra) ha saputo individuare i nessi tra sfruttamento, mercificazione e reificazione del corpo delle donne e degli altri animali: soprattutto con riferimento alla riproduzione forzata, ma anche alla rappresentazione dei corpi nell’immaginario collettivo patriarcale. In ottica antibinarista, amo molto anche tutta la corrente impegnata contro il  neurosessismo, avendo letto con molto interesse Cordelia Fine, che desidero citare: “ …ogni persona è un individuo unico, complesso, a volte persino contraddittorio: in ognuno dei due sessi c’è una varietà straordinaria di tratti di personalità che si incrociano anche con il contesto, la classe sociale, l’età, l’esperienza, il livello di istruzione, la sessualità e il profilo etnico, dunque sarebbe inutile e insensato cercare di catalogare una complessità e una variabilità cosi ricche usando semplici stereotipi …”

 

4) Dal tuo indirizzo e-mail e dai tuoi scritti su Facebook, ho visto che fai riferimento alla cultura classica. Qual è il tuo rapporto con essa?

 

Diciamo che sono una grande appassionata di filosofia e che, a partire dal 2010, ho portato avanti, insieme ad altre persone interessate, quello che considero a tutti gli effetti un progetto: il progetto Fallacie Logiche (esiste un sito – al quale dedico molto del mio tempo –  e anche un gruppo FB) dedicato principalmente alla teoria dell’argomentazione, alla struttura dei ragionamenti e alla loro validità. Nel contesto di questo progetto, ci confrontiamo tra persone provenienti da mondi anche molto diversi tra loro, ma tutti uniti dall’interesse e dall’amore per la filosofia e la logica. Non mancano i conflitti sui temi caldi, e queste sono le sfide da superare, non sempre superate, in un clima dove le polarizzazioni di gruppo sono il pericolo principale.

 

5) Fai parte di associazioni? Se sì, quali?

 

Faccio parte dell’Associazione Radicale Antispecista PARTE IN CAUSA. A nome di questa, conduco da circa due anni e mezzo una rubrica su Radio Radicale (ogni due settimane circa), dedicata al tema del nostro rapporto con gli altri animali. Abbiamo intervistato nel frattempo alcuni tra i più noti etologi e filosofi antispecisti a livello nazionale e internazionale.  Filosoficamente, sui temi antispecisti, sono molto vicina a tutto quello che ruota intorno alla rivista di critica antispecista LIBERAZIONI (e all’associazione Oltre la Specie), di sicuro il top per chi voglia confrontarsi seriamente con questi temi.

 

6) Che rapporti hai col Circolo Culturale TBGL Harvey Milk di Milano?

 

Ho conosciuto il circolo attraverso Nathan Bonni, che seguo costantemente da qualche anno in rete e che mi ha molto aiutato ad approfondire alcune tematiche. Da allora seguo sia il suo sito personale “Progetto Genderqueer” che il sito “Harvey Milk”, fonte preziosissima di informazioni affidabili per un confronto serio con le tematiche TBGL.

 

7) Come intendi la militanza antispecista, femminista e antibinarista? In senso politico, culturale…? Con quali mezzi la conduci, principalmente?

 

Quello del tipo di militanza è un tema molto dibattuto, sul quale le opinioni spesso divergono, conducendo a conflitti interni anche di rilievo. Sarebbe bello se avessi una formula certa e consolidata. Non ce l’ho e vado avanti per tentativi ed errori. In via generale, ritengo che i social, nonostante ne sia una estimatrice (alcune tematiche, sui grandi media nazionali, non troverebbero mai spazio adeguato), abbiano impoverito la militanza, che finisce per limitarsi alla ripetizione ossessiva di stati FB, nella speranza di raggiungere il maggior numero possibile di persone e che ha finito per ridurre l’elaborazione di articoli complessi e focalizzati su una determinata tematica. Infatti, una cosa è lavorare a un blog e condividere su un social un articolo con una seria analisi o proposta, altra è condividere solo brevi stati o immagini ad effetto, banali e banalizzanti, che talora ottengono addirittura l’effetto contrario sul pubblico che si desidera raggiungere. Da parte mia, sono favorevole ad approcci multipli e differenziati.  Penso, innanzitutto, che vada recuperata e potenziata la pratica della protesta di piazza (non occorrono grandi numeri) e, soprattutto, la pratica del “circolo”, ovvero dell’incontro personale, frequente, a intervalli regolari, con le compagne e compagni di lotta.  Solo in questo modo si possono pianificare strategie valide e analizzarne a posteriori l’efficacia.  Solo in questo modo si può instaurare un rapporto di fiducia necessario per portare avanti una qualsiasi azione. Scrivere è sicuramente anche una forma di militanza, ma non basta. Occorre saper costruire reti, sia per portare avanti la medesima istanza, sia per supportare istanze diverse in ottica sistemica. Importante anche riuscire ad arginare il proprio ego, mettere in primo piano le idee e gli obiettivi. Lasciare l’io fuori dalla porta. Da non trascurare la riflessione sul tipo di pubblico al quale ci si rivolge. Non è possibile parlare a tutti nello stesso modo, che non significa annacquare i contenuti ma riuscire a rendere determinati concetti chiari anche a chi non ha conoscenze pregresse su un determinato argomento.

Desidero ringraziare di cuore Erica, Nathan e Harvey Milk Milano per questa intervista, di cui sono molto onorata e felice, in quanto mi ha permesso di evidenziare i fili conduttori delle tematiche che mi stanno più a cuore. Spero di poter collaborare attivamente in futuro a qualche progetto comune!

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi