Termini come “moderno” e “arretrato” sono all’ordine del giorno, quando si parla di costumi sessuali. Purtuttavia, la loro appropriatezza è alquanto relativa. Tante “moderne libertà” sono praticate fin dall’antichità; viceversa, la contemporaneità conosce come vivissimi i pregiudizi che risalgono ai millenni scorsi. Allo stesso tempo, le epoche passate mostrano come le convenzioni sociali potessero essere più rigide, ma radicalmente lontane da quelle che, oggi, sono date per scontate.
Ne parla Eva Cantarella, sempre abile a conciliare l’erudizione con uno stile godibile e mai volgare. In particolare, vogliamo concentrarci su due sue opere esplicitamente legate: “L’amore è un dio. Il sesso e la polis” (Milano 2007, Feltrinelli) e “Dammi mille baci. Veri uomini e vere donne nell’antica Roma” (Milano 2009, Feltrinelli).


Nel primo di questi volumi, la Cantarella offre una carrellata della concezione dell’eros quale compare nella letteratura greca antica. Fra le altre vicende, spiccano gli “Amori in tempo di guerra” (p. 89) fra Achille e Patroclo. Benché l’ “Iliade” non ne faccia menzione esplicita, la natura passionale del loro legame era data per scontata da autori come Platone, Eschine, lo Pseudo-Luciano e Sofocle. Come riassume la Cantarella, “Patroclo […] era il figlio di Menezio, re di Oponto. Anche lui, come Achille, apparteneva all’aristocrazia greca: ma un incidente, quando era ancora un ragazzo, lo aveva costretto ad abbandonare la patria. […] era stato accolto da Peleo, padre di Achille […] era cresciuto insieme a questi. Dapprima una grande amicizia, poi un grande amore” (p. 92). Come è noto, non si separarono nemmeno durante la guerra di Troia, in cui Patroclo fu ucciso da Ettore, provocando la ferocissima vendetta di Achille. Il fatto che quest’ultimo avesse come concubina una donna, Briseide, non era stato affatto di disturbo per l’intensità del rapporto.
Ma esistevano vicende anche meno leggendarie e meno cruente: quelle cantate dalla poesia lirica. La comunità cittadina greca conosceva una forma accettata e ritualizzata di pederastia (relazione fra un uomo adulto e un adolescente), in cui l’adulto fungeva da educatore del giovanissimo amante. La Cantarella descrive le convenzioni e le forme entro cui il rapporto si svolgeva, citando poeti come Teognide e Anacreonte. Quest’ultimo si sarebbe spinto a dire che i giovanetti erano i suoi dèi. Tali erano –beninteso- fino alla pubertà. Una volta sopraggiunta la maturità virile, i corteggiatori del ragazzo si dileguavano e incombeva il dovere civico di prender moglie. Esistevano anche dispute letterarie interessanti circa la maggiore o minore desiderabilità dei ragazzi rispetto alle donne. Ne trattò nientemeno che Plutarco, sul finire del I sec. d.C., nel dialogo noto come “Amatorius”. Uno dei personaggi esprime una posizione interessante e insolita per i moderni: “Secondo Protogene, sostenitore dell’amore per i ragazzi, l’unione fra uomo e donna è necessaria per la procreazione Ma dire che è vero amore sarebbe come dire che le mosche provano amore per il latte, o le api per il miele. L’attrazione per un ragazzo dalle buone qualità porta alla virtù, il desiderio per le donne, per bene che vada, consente solo piaceri momentanei della carne” (p. 105). In un certo senso, si tratta d’un’ottica rovesciata rispetto a quella a cui siamo abituati. Al punto di vista espresso da Protogene non interessa stabilire se gli amori virili siano o meno “secondo natura”. Al contrario, proprio il fatto che essi trascendano gli istinti più immediati costituisce il loro valore. “Amare le donne fu una necessità originaria, amare i ragazzi una conquista della divina filosofia” (p. 107).
A proposito di donne, non si può tacere di Saffo, di cui ci siamo già occupati (http://www.milkmilano.com/?p=7273 ). La Cantarella ne riassume la vita da perfetta nobildonna del VI sec. a C., con tanto di marito e figlia. Le liriche della poetessa, però, esprimono tutt’altro genere di interesse sentimentale: quello per le allieve del suo tiaso, la scuola ove le fanciulle venivano formate alla loro futura vita di mogli altolocate. “Saffo scrisse in un momento in cui le strutture politiche non erano ancora pienamente consolidate, o quantomeno consentivano ancora che, al loro interno, sopravvivessero usanze di un periodo antecedente […] Saffo è testimone unica di un periodo e di una mentalità che dopo di lei scomparvero, cancellate dalla rigorosa organizzazione cittadina…” (p. 114). Le strutture socio-politiche, pertanto, erano (e sono) d’importanza non indifferente nello stabilire chi siano i “veri uomini” e le “vere donne” nella mentalità diffusa. Lo vedremo con Eva Cantarella anche nel mondo di Catullo e Cesare, nel prossimo articolo.

Eva Cantarella, “L’amore è un dio. Il sesso e la polis”, (“Varia”), Milano 2007, Feltrinelli, 175 pp., 13 €.

Testo a cura di Erica Gazzoldi Favalli