Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay.Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.


Qualcuno mi renda l’anima
(Renato Zero)
Invenzioni – 1975

Era il 1975 ed il sottoscritto, che ai tempi aveva 13 anni, ogni venerdì sera guardava una trasmissione su Raidue che si intitolava “Adesso musica”, condotta da Nino Fuscagni e Vanna Brosio (mancata, ahimé, pochi mesi fa).
All’interno venivano presentate le novità musicali della settimana.
Una sera arrivò un artista sconosciuto ai più, alto, magrissimo, con una specie di tuta aderente e una massa di capelli neri e mossi.
Sembrava una specie di David Bowie in versione casareccia (ai tempi ero pazzo per “Diamond dogs”), ma rimasi molto colpito dal testo della sua canzone, intitolata “Depresso”.
Da buon Capricorno ero già affetto da precoci malinconie, per cui il giorno dopo tirai su la mia paghetta settimanale e mi precipitai al negozio di dischi.
L’album di questo cantante si chiamava “Invenzioni”. Lo acquistai e fu così che cominciò la passione che mi unì fino agli inizi degli anni 80 a Renato Zero.
Appena misi il disco sul piatto, rimasi folgorato dalla prima traccia.
Era “Qualcuno mi renda l’anima”.

“Qualcuno, con un sorriso addosso, mi dice: giochiamo insieme, dai”.
Con la sua voce profonda, Renato Zero mi introdusse all’interno del suo mondo musicale e della prima canzone che parlava di pedofilia maschile.
“Ti compro un aquilone rosso, se lo vuoi”.
Da buon adolescente un po’ morboso, ero molto affascinato dalle caramelle degli sconosciuti.
Nel 1969 l’Italia rimase scioccata dall’omicidio di Ermanno Lavorini, un tredicenne di Viareggio citato anche da Ligabue nella sua evocativa “Nel tempo”.
Si diceva che il delitto fosse maturato nell’ambiente dell’omosessualità (ipotesi mai suffragata dai fatti) ed io, che all’epoca avevo solo sette anni e ne sentivo parlare a bassa voce a casa mia, facevo un sacco di domande senza mai ottenere risposte esaustive. Per cui questa canzone andava a solleticare qualche illegittima curiosità che mi portavo dietro da tempo.
“Due mani rubavano al mio corpo l’innocenza”.
Va riconosciuto a Mister Fiacchini il coraggio di aver trattato un argomento così pesante senza tanti giri di parole.
Tre anni prima le Orme, con la loro “Gioco di bimba”, avevano parlato di una bambina stuprata. Ma l’avevano fatto con delicatezza e poesia, tanto che in pochi capirono il vero senso della canzone e il 45 giri conquistò il primo posto della “hit parade”.
“Qualcuno mi renda l’anima”, invece, sin dal titolo dava un senso di disperazione e di eterna condanna, quasi che chiunque, passando attraverso certe esperienze, non potesse mai più ambire a ritrovare la propria pace interiore. Infatti Renato prosegue dicendo “in quel gioco losco vinsi un aquilone e persi l’anima”.
Ma forse la parte più terrificante della canzone è quella finale.
“Cresciuti con un sorriso addosso bambini ormai non siamo più, vi diamo un aquilone rosso per un’anima”.
È una frase pesante questa del re dei sorcini, il quale sembra quasi ritenere che chiunque abbia subito abusi durante l’infanzia è destinato a diventare, a sua volta, un futuro stupratore.
Sicuramente un esperto di psicologia sarebbe più adatto di me a trattare questo argomento, per cui io mi limito solo a lanciare una piccola provocazione: non è che questa canzone, per quanto bella e coraggiosa, non continui a perpetrare l’idea che un gay sia per forza anche un pedofilo, osceno binomio tanto amato dai preti e dalle piccole menti omofobe e ignoranti invitate nei vari talk-show televisivi?

L’argomento omosessualità è stato ripreso più volte da Renato Zero nell’arco degli anni.
Nel 1980, per esempio, all’interno del doppio album “Tregua” incluse un pezzo intitolato “Onda gay”, poco meritevole di attenzione.
Il cantante romano ha sempre giocato sull’ambiguità, senza mai prendere una posizione chiara sulle sue preferenze sessuali. Anzi, di recente ha pure dichiarato di non essere mai stato gay.
Fatti suoi, per carità, però a me risulta molto difficile crederci.

Comments are closed.