Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay.Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.

C’E’ UN POSTO CALDO
(Faust’O)
Suicidio – 1978

Lo scrittore Carlo Castellaneta definiva beati gli anni ’50, io i ’70.
È vero, c’erano i fascisti e i comunisti che si ammazzavano nelle piazze, c’erano i rapimenti, i terroristi, le stragi di Stato. Però c’era anche nell’aria una gran voglia di cambiamento, non la rassegnata apatia che oggi sembra permeare tutto (musica in primis).
Caterina Caselli, che io tanto amai da bambino quando era ancora “Casco d’oro”, in quegli anni aveva fondato una piccola etichetta all’avanguardia all’interno dell’impero del marito Sugar che si chiamava “Ascolto” e che voleva lanciare sul mercato artisti considerati un po’ “outsider”. In quest’ottica, la Caselli fu la prima a far incidere un cantautore su una sedia a rotelle, Pierangelo Bertoli, mentre nel 1978 provò a lanciare un giovane cantante davvero fuori dagli schemi.
Si chiamava Fausto Rossi, in arte Faust’O, e si presentò al grande pubblico con un album dal titolo che era tutto un programma, “Suicidio”.
Io, ai tempi, avevo sedici anni. Quando vidi il disco in vendita alle Messaggerie Musicali, lo acquistai a scatola chiusa, tanto ero rimasto affascinato dal titolo (chissà perché tutti sono terrorizzati da questa parola? Io trovo il suicidio rasserenante e consolatorio come un’uscita di sicurezza in caso d’incendio) e dall’immagine di copertina, con il cantante in bianco e nero col volto emaciato e gli occhi pronti per il Paolo Pini.
Appena arrivato a casa misi il disco sul piatto e… voilà! Fu amore al primo ascolto.

La terza traccia del lato B del disco si chiamava “C’è un posto caldo” e mi colpì subito come uno schiaffo, non tanto per la violenza del testo (che mi arrivò in seguito) ma soprattutto per l’andamento ritmico schizofrenico e i toni acuti e deliranti con cui Faust’O la interpretava.
È la storia di un ragazzino che spia due compagni di classe masturbarsi sotto il banco.
La cosa, al momento, lo spaventa tanto da dire “quel giorno ho visto un mostro ma non l’ho detto mai!”
Perché un mostro? Forse perché il ragazzino fa fatica a confrontarsi con i suoi desideri repressi dovuti all’educazione ricevuta (“un bimbo distratto, distrutto dalle idee di papà”)?
Anni dopo, il ragazzo ritrova uno dei due compagni di classe e tra di loro esplode il desiderio.
“La lingua bagnata di dolce veleno mi penetrava”, canta Faust’O descrivendo una prima volta dai toni crudeli, senza nessuna forma di tenerezza o amore.
Il protagonista si sente sporco, sbagliato. Vorrebbe fuggire da quel letto di dolore ma il compagno lo blocca dicendogli “non si può tornare indietro quando vuoi”. E rincara la dose aggiungendo “ormai sei sporco come me”.
Questa visione dell’omosessualità come una specie di maledizione biblica era abbastanza tipica della mentalità bacata di un tempo, anche se temo che, in certi ambienti sottoculturati, ancora oggi le cose non siano poi così diverse.
“Resta, c’è un posto caldo, la gente fuori non capirà” sibila come un serpente l’amico tentatore. E Faust’O, ormai stigmatizzato nel corpo e nell’anima, si arrende all’amante-carceriere dicendogli “prendimi ancora se vuoi”, suggellando così la sua resa al fatto di essere un diverso.
Ma la frase più incisiva di tutto il brano è “non tornerai dal tuo Dio. O forse anche lui è come noi?”. Sembra quasi un anatema.
Non sono mai stato un cattolico osservante e me ne sono sempre abbastanza fregato di quello che la Chiesa potesse pensare di me (che è sempre meglio di quello che penso io di lei). Però mi rendo conto di quanto debba essere difficile per chi è religioso riuscire a convivere con i sensi di colpa causati dalla propria sessualità fuori dai binari.
Come sarebbe bello se tutti arrivassero a capire che aveva ragione la mia amata Berté quando, nella sua splendida “Anima vai”, cantava “sulle vergogne di amori strani che al contrario sono solo umani”!

Purtroppo “Suicidio” non diede al cantautore di Sacile il successo che si sarebbe meritato.
Però è un disco che andrebbe recuperato, se non altro per il suo spirito pionieristico.
Al di là del singolo, intitolato “Benvenuti tra i rifiuti”, voglio segnalare “Godi”, con un testo del grande e compianto Oscar Avogadro.
“Godi però di nascosto nel cesso o nel bosco, nell’ultimo posto in cui Dio ti vedrà”.
Oppure “ma non farti mai vedere dietro i banchi di una chiesa mentre ti masturbi in allegria”. Sembra proprio che il Padreterno ossessioni la vita sessuale del nostro Faust’O.
Per non andare fuori tema, ecco una frase ad hoc per la nostra rubrica: “non provare
inclinazioni, non avere tentazioni che non si accontentino di lei”.
Bisex di tutto il mondo, siete avvisati!

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