Grandi pianisti classici gay

I gender studies (studi di genere) degli anni 90 hanno guastato i sonni tranquilli di tutta quella “intellighenzia” benpensante che vedeva nei vari Haendel e Schubert dei genii di sublime spiritualità quasi privi di un corpo, ovviamente per il fatto che il loro corpo era invece animato da un gayo desiderio. “Illazioni, pure illazioni” – dicevano i veri accademici. Invece di spulciare faticosamente le lettere di Beethoven alla ricerca di improbabili morbose attenzioni riservate al nipote Karl, abbiamo deciso più pacatamente (e seriamente) di rovinare un po’ i sonni di coloro per i quali la musica è soggetta a un ordine eter(n)o, mettendoci a stilare un bel catalogo gayamente dongiovannesco di individui che si sono guadagnati la fama mettendo le mani su un Gran Coda!

Per lo sconforto di tutte le fanciulle di buona famiglia che hanno versato romantici sospiri massacrando i Notturni e Valzer di Chopin, bisogna partire proprio dal buon polacco, il “principe del pianoforte”. Ecco cosa Chopin scriveva all’amico Tytus: “Non abbracciarmi, non mi sono ancora lavato! Anche se fossi impregnato di profumi bizantini, mi abbracceresti solo se costretto col magnetismo…Esistono però le forze di natura: stanotte sognerai che ti abbraccio. Devo vendicarmi del terribile sogno a cui mi hai indotto l’altra notte!”. Camille Saint-Saëns, invece, abbandonata la moglie, si sentì così in colpa da dedicarsi amorevolmente ai ragazzi canari (un antesignano del turismo gay a Gran Canaria!) e algerini. Fra la fine dell’800 e il primo ‘900, impossibile non citare anche Ricardo Viñes (il virtuoso prediletto da Ravel), George Gershwin, Francis Poulenc, Benjamin Britten.

E ora passiamo ai pianisti che hanno fatto la storia dell’interpretazione nel XX secolo. Sviatoslav Richter e Vladimir Horowitz, i due maggiori virtuosi russi del 900, furono entrambi gay, benché sposati ( come non esserlo sotto il controllo sovietico?): entrambi ovviamente tormentati e a tratti depressi per non poter vivere serenamente la loro identità, anche se il secondo non si faceva scrupolo nell’andare in giro con un biondone tedesco (Horowitz diceva anche: “Esistono tre tipi di pianisti: omosessuali, ebrei e cattivi pianisti”: va da sé che lui era sia omosex che ebreo). Ma evidentemente nella repressione il “vizio” impazzava, se è vero che altri tre mostri sacri della tastiera più vicini a noi come Youri Egorov, Shura Cherkasski e Mikhail Pletnev condividevano con i loro predecessori dei gusti non così inusuali. Ma questi pianisti froci, come suonavano e come suonano? In modo sdolcinato ed effeminato? Tutt’altro. La costante è un virtuosismo di tipo trascendentale, in certi casi ai limiti dell’umano, unito a una grande intensità espressiva. E così, fra i virtuosi dalle dita agilissime, spuntano il bulgaro Alexis Weissenberg (uno dei pupilli -chissà perché – di Karajan, accanto ad Eschenbach), l’eccentrico e provocatorio Ivo Pogorelich, il francese Jean Yves Thibaudet – con i suoi capelli tinti di biondo e gli abiti firmati da Viviene Westwood -, lo spagnolo Rafael Orozco, il cubano Jorge Bolet, l’inglese cattolicissimo con partner fisso Stephen Hough.

Ovviamente molti dei pianisti di vecchia generazione vennero allo scoperto solo a fine carriera, o addirittura non lo fecero mai a causa dell’ostilità dell’ establishement classico – dura a morire: e allora il pianoforte diveniva il mezzo per dire ciò che non potevano dire ad alta voce (ma che praticavano, eccome…). L’alternanza di sensibilità androgina e virile dominio della tastiera divenne il marchio di pianisti popolari come l’americano Van Cliburn, ai concerti del quale per ironia della sorte fiumi di ragazzine in estasi scendevano idolatranti fin sotto il palco. In certi casi (Horowitz, Thibaudet) emergeva quel gusto del kitsch di cui i “veri pianisti maschi” – non sempre dalle dita d’acciaio in verità – si facevano beffe scandalizzati! A proposito di Thibaudet: in un’intervista il biondino disse furbamente che “il pianoforte è donna. Suonare è come fare l’amore con una donna, devi tenerla un po’ a distanza” (e infatti è quello che lui fa, mantenere la distanza!). E cosa vogliamo dire di quei pianisti non gay ma tanto tanto dandy? L’intoccabile Michelangeli, con il suo anellazzo al mignolo; l’elegantissimo e ipersensibile Claudio Arrau. O di quelli come Glenn Gould, con il suo ascetismo asessuato (?) e le sue affinità elettive con Richter, Karajan nonché con un massaggiatore personale che lo scortava in tournée? Ma di questi, vietato parlare. “Dio non voglia”. “Giù le mani!”. Il resto, però, è Storia.

Luca Ciammarughi